Guerra commerciale, secondo round: nuovi dazi

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Finanza Operativa di Finanza Operativa 27 Settembre 2018 | 10:30

A cura di Witold Bahrke, senior macro strategist di Nordea AM
La scorsa settimana la propensione al rischio è stata alimentata dall’invito a sedersi al tavolo delle trattative spedito da Washington alla Cina. L’ottimismo intorno alla riapertura del dialogo è però svanito velocemente con l’annuncio da parte degli Stati Uniti di un dazio del 10% su ulteriori 200 miliardi di dollari di beni importati dalla Cina.
Ci sono diversi motivi macroeconomici alla base di questa decisione. Il deficit commerciale degli Stati Uniti nei confronti della Cina ha raggiunto nuovi massimi a luglio, perciò ci sono buone ragioni perché Trump non faccia passi indietro a questo punto, specialmente visto l’avvicinarsi delle elezioni di medio termine. In totale, metà delle importazioni dalla Cina agli Stati Uniti adesso è soggetta a dazi e il Presidente Usa minaccia di estendere i provvedimenti alla totalità delle merci nel caso in cui Pechino decida di reagire con la stessa moneta.
Al contempo, negli Stati Uniti si è raggiunto il massimo da 14 anni nella fiducia del settore manifatturiero e la supremazia della performance del mercato azionario americano è un’impressionante dimostrazione di come economia e mercato americano siano immuni agli scontri commerciali. Perciò, finché la popolarità di Trump tra gli elettori repubblicani rimarrà solida, non ci aspettiamo che i venti della guerra commerciale calino significativamente di intensità.
La globalizzazione e l’ascesa della Cina hanno contribuito alla diminuzione della quota di ricchezza ricevuta dai lavoratori statunitensi. Di conseguenza, minare l’espansione della Cina nell’economia globale dovrebbe contribuire alla popolarità domestica di Trump. Da una prospettiva puramente Trumpiana, dunque, i rischi della strategia su commercio e Cina sono gestibili, i possibili vantaggi considerevoli.
L’immunità degli Stati Uniti alle scosse commerciali non è condivisa dal resto del mondo. Questa rimane quindi l’incognita principale per i mercati nel 2018. Benché la reazione quasi nulla dei mercati all’annuncio di nuovi dazi contro la Cina suggerisca che molto sia già stato prezzato, le probabilità di vedere nuove imposizioni nei prossimi mesi sono alte.
La guerra commerciale continuerà quindi a limitare la propensione al rischio, favorendo l’azionario statunitense rispetto a regioni più correlate al commercio globale. Il dollaro americano dovrebbe rafforzarsi ancora poiché i capitali si stanno spostando da queste regioni verso gli Stati Uniti. Le asset class più difensive, quale ad esempio quella dei titoli a reddito fisso, dovrebbero essere sempre più ricercate. Dato che la situazione tra Cina e Usa dovrebbe essere inflativa nel breve periodo, ma deflativa nel medio-lungo periodo, ci aspettiamo che la curva di rendimento statunitense si appiattisca ulteriormente, riaccendendo per mercati e Fed “l’allarme inversione”.

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