Italia tra la legge di bilancio e la disciplina della Commissione Europea

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di Finanza Operativa 31 Ottobre 2018 | 10:30

Di Philippe Waechter, Chief Economist di Ostrum AM (Gruppo Natixis IM)

La Commissione Europea ha appena intimato all’Italia di rivedere il suo piano di bilancio 2019: il deficit non sembra eccessivo (2,4%), ma il dato è ritenuto fragile, in quanto le previsioni di crescita sono eccessivamente ottimistiche, e con un governo risultante da un voto spartiacque, dovremmo aspettarci un certo grado di lassismo sulla spesa. Il governo non è stato eletto per seguire i passi dei suoi predecessori, c’è quindi il rischio che il bilancio sfugga di mano e superi la famigerata soglia del 3% del PIL, il che è incompatibile con una stabilizzazione del debito pubblico. Il debito pubblico italiano si avvicina al 132% del PIL, ben al di sopra dello standard del 60%, e questo non è sostenibile. Ma un andamento sostenibile comporta automaticamente una drastica riduzione del deficit pubblico? Forse no. Ci sono una serie di punti da sollevare sulla questione Bilancio/Italia/Commissione Europea.

Il primo punto, sempre importante da tenere presente quando si guarda all’Italia, è la sua crescita lenta. Il PIL pro capite in termini di volume è inferiore di 7 punti rispetto al dato del 2007 e dal 1999 è cresciuto in media di quasi lo 0 per cento annuo. Non è così per gli altri grandi Paesi europei, e qui sta il vero problema dell’Italia, nella sua incapacità di tornare a un trend di crescita.

Il secondo punto è il fatto che le misure proposte dal nuovo governo aggravano il deficit di bilancio italiano, ma non sembrano in grado di determinare un’accelerazione della crescita potenziale. Il governo non ha proposto misure per sostenere la produttività e avviare l’economia sulla via di un trend più robusto nel medio termine. Il calo dell’età pensionabile in un paese con una popolazione in rapido invecchiamento indica una riduzione della crescita potenziale.

Nel frattempo, il cosiddetto reddito di cittadinanza permetterà a molti italiani un nuovo potere d’acquisto, ma ci si può benissimo chiedere se ciò sarà sufficiente per incoraggiare le imprese a fare massicci investimenti per accelerare il ritmo di crescita e produttività. Può il Sud agire per stimolare la crescita nel Nord? Infine, gli sgravi fiscali di solito non fanno miracoli nel rafforzamento della produttività: aiutano a migliorare le condizioni microeconomiche, ma non forniscono necessariamente benefici macroeconomici reali, per cui il bilancio previsto tenderà a trascinare la crescita piuttosto che promuoverla.

Il terzo punto riguarda il bilancio italiano in sé. È risaputo che l’Italia deve essere più stringente per contrastare l’impennata del debito pubblico, che si attesta al 132% del PIL.

Se guardiamo al bilancio italiano dal 1995 (inizio della serie di dati AMECO), il Paese sta compiendo gli sforzi necessari e il saldo di bilancio corretto per il ciclo, esclusi gli interessi sul debito pubblico, ha mostrato sistematicamente un’eccedenza. L’Italia deve fare un ulteriore passo avanti e generare un’eccedenza ancora maggiore per contenere il proprio debito? Questo è ciò che vuole la Commissione, che cerca di aumentare le tasse e di ridurre la spesa, mentre il problema sta proprio nella crescita insufficiente del paese.

L’Italia è più disciplinata della Germania dal 1995, quindi è necessario che sia ancora più meticolosa? Il forte aumento del surplus dopo il 2011 non ha avuto un effetto positivo sulla crescita e non ha invertito l’andamento del debito pubblico. La disciplina fiscale non significa quindi, in caso di crollo dell’attività economica, una riduzione del debito pubblico.

Questa è la vera sfida per l’Italia e la Commissione sbaglia a concentrarsi sul disavanzo: non sono state apprese le lezioni del 2011/2012. La disciplina di bilancio non ha portato in passato a una riduzione del debito pubblico, in quanto la crescita era stata ostacolata da misure governative volte a correggere lo squilibrio delle finanze pubbliche.

Ci si deve quindi aspettare nelle prossime settimane colloqui alquanto improduttivi tra la Commissione – che si sta concentrando sulla disciplina a tutti i costi – e il governo italiano, che vorrà imporre misure incapaci di portare a un miglioramento della crescita italiana. Nel frattempo, la minaccia di sanzioni da parte della Commissione non potrà che peggiorare questa situazione di stallo. Questo insolito episodio della storia dell’UE rivela i limiti del dominio di Bruxelles, in quanto l’assetto dell’organismo non prevede una situazione in cui il blocco si riunisce, affronta i problemi reali dell’Italia e lavora insieme per trovare una soluzione che permetta al paese di tornare al suo antico splendore.

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