I premi per il rischio politico hanno raggiunto livelli estremi

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di Finanza Operativa 2 Ottobre 2018 | 18:30

A cura di Dorval Am
Crediamo che a livello mondiale i premi per il rischio politico su numerosi asset finanziari abbiano già toccato i massimi oppure li raggiungeranno presto. Gli sviluppi più incoraggianti provengono dall’Italia caratterizzata da quello che noi abbiamo definito lo scenario portoghese: la politica di bilancio sarà rivista per sostenere la domanda interna ma entro limiti accettabili per l’UE. È una buona notizia per l’Eurozona dove, tra l’altro, gli indicatori anticipatori si sono stabilizzati dopo diversi mesi di ribasso.
Recentemente è migliorato anche il flusso di notizie sulla Brexit, con la conseguente rivalutazione della sterlina. Infine, la banca centrale della Turchia ha alzato i tassi, ponendo fine ai timori di una paralisi provocata dal presidente Erdogan. Tuttavia, il clima di maggiore incertezza si respira in America, dove si avvicina l’ora della verità. Se a novembre, come probabile, i Democratici riconquisteranno la Camera dei Rappresentanti, forse Donald Trump si renderà conto che la guerra commerciale non lo aiuterà a farsi rieleggere nel 2020. Inoltre, le aziende USA sono sempre più preoccupate per le incertezze e i costi di tali misure.
Trump sembra infine disposto a trattare con Europa, Messico e Canada, il che rende meno probabile lo scenario di un allargamento del conflitto commerciale al di là della Cina. È un punto cruciale, poiché i modelli economici suggeriscono che solo una guerra su larga scala avrebbe un impatto netto sull’economia mondiale. Nell’immediato, l’acuirsi delle tensioni fra Stati Uniti e Cina probabilmente limiterà l’interesse degli investitori per i mercati emergenti.
Tuttavia, un’economia mondiale resiliente finirà per favorire tali piazze. Numerosi osservatori ritengono impossibile una ripresa di queste aree finché la Federal Reserve continuerà ad alzare i tassi, ma è una tesi che non ci convince. La vulnerabilità dei mercati emergenti ha diverse origini, ma a scatenare il crollo sono state le dichiarazioni di guerra commerciale di Trump e la sua frenesia per le sanzioni. Al momento è essenziale stabilire se la svalutazione delle divise innescherà un ciclo vizioso di inasprimento monetario e fiscale. Argentina e Turchia seguono questa via, ma la maggior parte degli altri paesi no.
Il Brasile ha resistito alla pressione al rialzo dei tassi a breve, data la debolezza dell’inflazione – ma la vera prova arriverà dopo le elezioni del mese prossimo. E soprattutto, la Cina non è preoccupata della dipendenza dai flussi di capitale e ha già reagito aumentando gli investimenti infrastrutturali e abbassando i tassi di interesse. Ciò riduce chiaramente i rischi di decelerazione dei paesi emergenti. Se la crescita mondiale si confermerà resiliente e i rischi politici e commerciali resteranno contenuti, la decisa preferenza degli investitori per i titoli che vantano una “crescita visibile” potrebbe essere messa in discussione.
In effetti, alcune recenti divergenze sui mercati appaiono poco sostenibili, tra queste la buona tenuta delle società dei beni di lusso, fortemente dipendenti dalle aree emergenti. Inoltre, il prezzo relativo dei titoli growth rispetto a quelli value è ormai prossimo al livello record di marzo 2000. Infine, il derating delle borse emergenti ha spinto lo scarto di valutazione tra Wall Street e il resto del mondo verso nuovi massimi.
Certo, potrebbe rivelarsi difficile invertire la strategia che punta tutto sull’America in un contesto di impennata degli utili delle società statunitensi ma nei prossimi trimestri sembra inevitabile una convergenza almeno parziale. Restiamo quindi pronti a reimpiegare l’elevata liquidità a nostra disposizione per accrescere la ponderazione delle azioni maggiormente penalizzate dai rischi politici.

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