Libero scambio e prospettive di mercato: la view di Columbia Threadneedle

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di Finanza Operativa 2 Novembre 2018 | 09:30

A cura di Colin Moore, Chief Investment Officer Globale di Columbia Threadneedle Investments
 Cosa ne pensi dell’attuale  retorica sul libero scambio?
Tutti usano il termine “libero scambio”, ma ciò non significa necessariamente che il commercio sia equo.  Gli scambi commerciali sono fondamentali per il buon funzionamento di un’economia, e io ne sono un convinto sostenitore. Se le condizioni competitive sono uguali per tutti e qualcuno produce  un bene  o un servizio ad un costo minore del mio, questi dovrebbe  avere la meglio in quella particolare discussione sul commercio.
Ma cosa succede se un governo interviene e comincia a sussidiare qualcuno che non è così efficiente? Se quel produttore  diventa competitivo grazie al sussidio, non si può più parlare di equità. Oltre a questo è necessario considerare anche  i dazi o le imposte prelevati sulle importazioni. Sono ragionevolmente uguali in tutto il mondo?  Se così non è, il problema può essere risolto attraverso i negoziati commerciali. Ma a volte servono tattiche d’urto per far partire queste discussioni, perché  in gioco ci sono molti interessi personali.
Ma l’obiettivo dovrebbe  essere quello di provocare questo genere  di discussione, anziché cercare  di scatenare una guerra commerciale in cui tutti erigono barriere alle importazioni degli altri paesi. In definitiva, infatti, questo comporterebbe un aumento del costo di beni e servizi e dunque un rafforzamento dell’inflazione; beni e servizi diventerebbero poi più scarsi, generando ulteriori spinte al rialzo sui prezzi.
Quindi, una guerra commerciale non è mai auspicabile, ma credo che sia molto importante perseguire un giusto equilibrio delle aliquote applicate alle importazioni e alle esportazioni, cercare  di assicurare che il commercio sia al contempo equo e libero, anche  se al momento i toni sono piuttosto accesi.
 
Come vedi le prospettive per il mercato?
Dobbiamo ricordare che veniamo da un periodo molto favorevole, e la nostra analisi suggerisce che i risultati futuri potrebbero essere molto più modesti di quanto  non siano stati negli ultimi 10 anni.
Se consideriamo il mercato  del reddito fisso, in questa fase i titoli  di Stato  o i Treasury offrono un rendimento di base tendenzialmente molto simile al loro rendimento corrente. Se si acquista un’obbligazione con un rendimento del 2,8%, si può ragionevolmente prevedere  che il risultato complessivo su un periodo di 10 anni ammonterebbe a circa il 2,8%. Non c’è nulla di magico in questo, e specialmente nei periodi di tassi in aumento è molto difficile ottenere un risultato migliore di così.
Nel caso delle azioni, dipende. Ma nell’ipotesi che il ciclo duri ancora  qualche anno e che gli utili societari continuino a crescere, l’investimento in azioni può ancora  produrre un rendimento reale positivo, anche  se, a mio avviso, non paragonabile ai livelli dell’ultimo decennio.
Abbiamo a che fare, quindi, con due o tre temi fra loro collegati. Il rendimento sarà altrettanto elevato? No. Sarà positivo? Sì. Sarà accompagnato da una maggiore volatilità? Sì. L’investitore è in grado di gestire la maggiore volatilità? E questa è una questione comportamentale, non finanziaria.
Ad esempio, chi riesce a tollerare un aumento della volatilità perché  è convinto che otterrà un rendimento reale nel tempo – nell’arco di tre o cinque anni – dovrebbe  rimanere investito in azioni. Ma ricordate che parliamo di un rendimento più basso e di una volatilità più elevata rispetto al passato.
 
La volatilità di mercato è sempre uno sviluppo negativo?
Tutti  i mercati finanziari presentano un certo grado di volatilità. L’essenziale è determinare qual è il livello normale di volatilità. Una volatilità estremamente contenuta è forse altrettanto pericolosa di una estremamente elevata, perché induce gli investitori a cullarsi in un falso senso di sicurezza. E questo non è normale, perché  con tutto ciò che accade nel mondo,  con le singole imprese, con la politica, ci si aspetterebbe un certo livello di incertezza, il che è ciò che la volatilità tende  a rappresentare.
Una volatilità eccessiva, d’altro canto,  indica generalmente un enorme  livello di incertezza: il rischio di una guerra oppure di una grave recessione. L’equilibrio come al solito si trova tra i due estremi. Ma un certo livello di volatilità serve ad assicurare che il mercato  segnali agli investitori di aver compreso i rischi presenti in ogni dato momento. Il problema è che la volatilità rappresenta l’incertezza e, com’è noto, l’essere umano  ha qualche difficoltà comportamentale a gestire l’incertezza.
Sappiamo infatti che in presenza di volatilità, specialmente di volatilità al ribasso, le persone prendono  pessime decisioni. Magari hanno dedicato molto tempo a elaborare un piano con il loro consulente finanziario, ma poi vanno nel panico e si danno  alla fuga.
Tuttavia, nella maggior parte dei casi ciò che vediamo oggi è solo rumore, e non un cambiamento significativo della direzione economica; di conseguenza, non bisognerebbe reagire.
 
E l’inflazione?
Istintivamente, molti preferirebbero che non ci fosse inflazione, perché  la considerano una cosa negativa, ma in realtà l’assenza di inflazione sarebbe piuttosto problematica per l’economia. È vero che non c’è da augurarsi un’inflazione troppo elevata, ma questo è un altro di quegli scenari ideali, “né troppo caldo, né troppo freddo”, in cui un livello moderato di inflazione è da considerarsi positivo.
Immagina di voler comprare  una casa o un’automobile. Se pensassi che i prezzi fossero in calo, effettueresti l’acquisto o aspetteresti? Aspetteresti. Ecco quindi che la previsione di una continua diminuzione dei prezzi pone un freno all’economia. Tutti rimangono in attesa che i prezzi scendano ulteriormente, e gli acquisti di beni e servizi tendono ad essere rinviati.
D’altra parte,  anche  l’aspettativa di un’inflazione fuori controllo è problematica, perché  se i prezzi di beni e servizi sono destinati ad aumentare notevolmente forse bisogna iniziare a risparmiare di più per far fronte a questo rincaro.
Se invece il tasso d’inflazione si attesta su livelli contenuti, intorno al 2-3%, si ha la ragionevole certezza  di poter acquistare casa sapendo che il suo valore aumenterà nel tempo a un tasso modesto, il che rende  più fiduciosi nell’acquisto. Si tratta dunque  di una questione spinosa.
Oggi si parla spesso degli obiettivi d’inflazione delle banche centrali. Un istituto potrebbe mirare a un’inflazione superiore al 2%. Credo che molti si domandino perché  le autorità monetarie lo facciano, perché  siano favorevoli a un aumento dei prezzi. Ma tutto sta nel modo in cui l’inflazione incide sul comportamento dei consumatori.
Le banche centrali tendono a perseguire un livello ottimale d’inflazione, tale da assicurare che l’economia cresca normalmente, che i salari aumentino leggermente, in modo che i consumatori abbiano un po’ più di reddito da spendere domani, che il valore delle abitazioni aumenti, e tutto questo favorisce il giusto tipo di comportamento economico.
 
Un appiattimento  della curva dei rendimenti è sempre uno sviluppo negativo  e il precursore di una recessione?
Il grande dibattito è se l’aumento dei tassi d’interesse sia dannoso per l’economia. Dieci anni fa il mondo è stato investito da una gravissima crisi finanziaria. Le banche centrali globali hanno intrapreso una politica monetaria senza precedenti e mantenuto i tassi d’interesse a livelli straordinariamente contenuti per un periodo molto lungo. Adesso che le condizioni economiche stanno tornando  alla normalità queste politiche vengono abbandonate, e la Federal Reserve ha cominciato ad aumentare i tassi d’interesse.
Il secondo elemento è il cosiddetto appiattimento della curva dei rendimenti, che è purtroppo un termine oscuro ma molto importante per noi che seguiamo i mercati. Se i tassi d’interesse a breve termine salgono – diciamo sulle scadenze da uno a due anni – mentre  i tassi a 10 anni rimangono ragionevolmente stabili, la differenza tra i due si riduce notevolmente fino a quasi annullarsi, provocando  il cosiddetto appiattimento della curva dei rendimenti.
L’aumento dei tassi è temuto  dagli investitori. Ma bisogna distinguere tra i due casi: se l’aumento è dovuto in realtà alla normalizzazione dei tassi dopo un periodo di crisi, questo dovrebbe renderci fiduciosi nel fatto che la crescita è diventata più sostenibile rispetto al passato. Altra cosa è innalzare i tassi per cercare  realmente di porre un freno all’economia, che è ciò che tradizionalmente si intende quando si parla di tassi in aumento.

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