Private Equity – la nuova normativa potrebbe danneggiare l'industria

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Avatar di Marco Mairate 15 Giugno 2009 | 13:15
Secondo l’ultimo Global Private Equity Barometer di Coller Capital, per i prossimi anni sono in vista cambiamenti a tutto campo nel panorama del private equity: gli investitori istituzionali si aspettano di assistere alla scomparsa di numerosi gestori di fondi; un investitore su 10 non riuscirà a rispettare gli impegni di investimento già presi verso i fondi; uno spostamento considerevole nell’equilibrio di potere tra investitori istituzionali e gestori; minacce ai guadagni dovute alle modifiche della normativa e alla tassazione; nel breve termine, un ulteriore deterioramento delle condizioni di investimento.

La tanto dibattuta normativa europea che mira a regolare gli investimenti alternativi e le società di gestione attive in questo campo, potranno portare benefici ma anche qualche brutta sorpresa.

Mentre alcuni di questi cambiamenti possono essere visti come elementi di un’industria che si sta rinnovando – un processo di distruzione creativa – molti investitori sono preoccupati che le nuove normative e la tassazione infliggeranno più danni e di vasta portata a questa asset class. La metà degli investitori pensa che probabilmente questo succederà in Europa e oltre la metà si aspetta che questo possa accadere anche in Nordamerica.

Investitori istituzionali e Gestori di fondi

Il rapporto tra  investitori e gestori di private equity cambierà drammaticamente nel corso dei prossimi anni.  In primo luogo, saranno gli stessi protagonisti a cambiare: gli investitori si aspettano che un quarto degli attuali gestori (intorno al 28% delle società di venture capital e al 23% delle società di buyout) non sarà in grado di raccogliere capitale per nuovi fondi nei prossimi sette anni e quindi, in altre parole, cesserà la propria attività.  Sul fronte degli investitori istituzionali, invece, si ritiene che per i prossimi due anni un decimo di tutti gli investitori in private equity non sarà in grado rispettare gli impegni di investimento già presi verso i fondi.

Anche l’equilibrio di potere tra investitori istituzionali e gestori sta cambiando molto velocemente.  Più o meno i quattro quinti degli investitori si aspettano che “termini e condizioni” dei nuovi fondi di buyout diventeranno più favorevoli per loro nei prossimi due anni, mentre la maggioranza –  i due terzi – si aspetta lo stesso per i fondi di venture capital.

Gli investitori, inoltre, si aspettano che migliorino trasparenza e gestione del rischio da parte dei gestori dei fondi. Oltre la metà degli investitori nel mondo (e non meno di tre quarti nell’area Asia-Pacifico)  pensa che, sotto questo punto di vista, un numero significativo di  gestori necessiti di miglioramenti. Un investitore su dieci ritiene addirittura che abbia bisogno di migliorare la maggior parte dei gestori.

“Capitali scarsi, ritorni rallentati e incertezza politica, rappresentano l’immediato futuro per il nostro settore. Convivere con queste condizioni richiederà tutto il nostro celebre spirito di partnership. Gli investitori istituzionali dovranno essere sia pazienti sia realistici. D’altro canto, però, i gestori  dovranno adattarsi rapidamente alle richieste di cambiamento da parte degli investitori. Ma più di ogni altra cosa, investitori e gestori dovranno far fronte comune verso qualunque iniziativa politica sconsiderata. Sarebbe troppo facile rompere il modello di private equity basato sull’allineamento, creando normative per modificarne la flessibilità oppure eliminando gli incentivi attraverso il peso fiscale” ha commentato Jeremy Coller (foto), CIO di Coller Capital.

Gli stessi investitori si aspettano di essere ancora più sotto pressione nel futuro. Nonostante un terzo degli investitori istituzionali stia pianificando di ridurre il numero dei rapporti con i gestori, oltre la metà di loro (52%) prevede che la contrazione delle risorse ridurrà la capacità di questi ultimi di creare e gestire investimenti nel private equity. Le società stanno reagendo a questa situazione in modi differenti.

Quelle che diminuiscono i propri investimenti in private equity o stanno effettuando tagli all’organizzazione (un investitore su 10), stanno pianificando di ridurre le dimensioni dei propri team di private equity;  tuttavia una buona parte di investitori istituzionali (quasi un quarto) ha pianificato di assumere personale per superare le difficoltà.

Valutazioni, disinvestimenti e ritorni

Gli investitori pensano che le condizioni economiche probabilmente peggioreranno nel breve termine. Tre quarti di essi, infatti, prevedono che nel corso del prossimo anno i ritorni dai loro investimenti subiranno un ulteriore degrado. Questo sarà il risultato diretto di condizioni di uscita stagnanti: solo un quarto degli investitori prevede, nel breve termine, miglioramenti delle condizioni di uscita (anche se gli investitori istituzionali in Nordamerica sembrano più ottimisti rispetto ai loro colleghi).

Anche le valutazioni avranno una flessione. Tre quarti degli investitori pensano infatti che le valutazioni riportate dai gestori alla fine del 2009 saranno significativamente inferiori di quelle certificate lo scorso dicembre.

Investimenti in società quotate e debito delle società in portafoglio

Quasi due terzi degli investitori istituzionali non è felice nel vedere i gestori fare investimenti in società quotate (i cosiddetti Pipe, cioè Private Investments in Public Equity). Questa opinione è condivisa dagli investitori di tutte le aree geografiche. D’altra parte, è altresì vero che gli investitori, in diverse parti del mondo, hanno visioni discordanti verso i gestori che acquistano i debiti delle società già in portafoglio. Mentre il 58% degli investitori europei è soddisfatto, in linea di massima, nel vedere ciò, in Nordamerica solo  il 35% di essi pensa che questo sia appropriato. Gli investitori nell’area Asia-Pacifico sono divisi in parti uguali.

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