World Wealth Report: la crisi dei wealth manager e le necessità dei clienti

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di Marco Mairate 24 Giugno 2009 | 14:30
La crisi che colpisce gli HNWI di tutto il mondo è anche la crisi delle strutture di wealth management, impegnate a mantenere i clienti e adattarsi al nuovo scenario globale.

Lo scorso hanno la crisi finanziaria ha bruciato qualcosa come trenta trilioni di dollari. Cifra che ha impattato sui patrimoni di ricchi e meno ricchi, mettendo sotto pressione le attività di wealth management di molti istituti italiani ed esteri.

“Quello che abbiamo scoperto nell’indagine del 2009 è che il rapporto di fiducia tra clienti e advisor si è incrinato – esordisce Mauro Mazzucchieli, vice presidente di Capgemini Italia e coautore dello studio World Wealth Report 2009 – Abbiamo sottoposto una serie di quesiti a clienti, advisor e società di consulenza, e quello che è emerso in modo significativo è il crollo della fiducia nella propria banca non solo da parte dei clienti ma anche degli stessi operatori”.

Questo stato di cose ha portato il 25% degli HNWI a prelevare soldi dal proprio istituto verso altri lidi. Un dato su cui riflettere e che mostra il clima di confusione e sfiducia che regna anche nelle più alte vette della gestione patrimoniale.

Tra le mancanze maggiormente percepite dalla clientela, ci sono una reportistica non adeguata (soprattutto nei periodi di massima tensione del mercato come lo scorso settembre) e la bassa trasparenza dimostrata da alcuni marchi del wealth management.

Sempre sotto il profilo della comunicazione, l’HNWI “tipo” vuole accesso al proprio conto corrente in ogni momento tramite una piattaforma online. Oltre a questo i clienti chiedono maggior apertura nell’offerta di prodotti acquistabili, spingendo per un modello di open architecture che sia svincolato dalle logiche commerciali degli istituti.

Anche le commissioni vengono messe sotto inchiesta: in questo caso le richieste della clientela sono per una maggior trasparenza e chiarezza sulla ‘costruzione’ delle commissioni applicate dagli advisor.

Dal conto loro, le strutture di wealth management, si trovano con le mani legate. Schiacciate da una parte dalla caduta degli asset in gestione e dall’altra dalla preferenza degli investitori verso strumenti con margini di profitto molto bassi.

Basti pensare che dell’intero patrimonio degli HNWI (pari a 32,8 trilioni di dollari) il 50,3% è oggi investito in strumenti quali cash e redditto fisso (quindi con marginalità inferiore rispetto altri prodotti finanziari) mentre nel 2007 questa quota rappresentava il 44% del totale.

La prima reazione delle strutture che gestiscono patrimoni considerevoli, è stata quella di ridurre i costi generali (operational expenses) passate dal 17% del 2006-2007 al 6% del periodo 2007-2008. Ma da sola la riduzione dei costi non potrà molto, mentre solo un radicale ripensamento del business model potrà invertire un trend negativo.

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