Crescita del gestito: salvate i promotori

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di Private Banker 3 Luglio 2009 | 08:00
Il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, è tornato all’attacco e con decisione ribadisce la determinazione a cambiare le regole nel mondo del risparmio gestito. In primo luogo riaffermando il principio della separazione fra chi gestisce e chi distribuisce i prodotti finanziari.

Alcuni segnali concreti si sono visti, in particolare la cessione da parte di Monte dei Paschi di Siena delle società di gestione di fondi del gruppo, al gruppo di private equity Clessidra guidato da Claudio Sposito (la joint-venture ha dato vita alla nuova [s]Prima[/s] SGR). Ma una rondine non fa primavera e appare difficile immaginare uno scenario di tipo anglosassone in cui effettivamente i gestori fanno il loro mestiere e i distributori, banche e reti, ne fanno un altro.

In quel contesto si sono affermati a livello globale società di gestione come [s]Fidelity[/s], [s]Black-Rock[/s], [s]Franklin Templeton[/s], [s]Schroders[/s], oggi leader mondiali nella gestione di fondi comuni d’investimento, ma in realtà come quella italiana il fenomeno del risparmio gestito è nelle mani del sistema bancario. Stessa cosa in Germania dove [s]DWS[/s] si legge Deutsche Bank o in Spagna dove Santander è ancora più esplicito. In Francia, invece, i grandi nomi Société Générale, Calyon, BNP Paribas, AXA, tradiscono le famiglie di appartenenza.

Il recente tsunami che ha investito la finanza mondiale ha ancora più ravvicinato i grandi gruppi bancari al controllo diretto di gestori sempre meno indipendenti, vedi il caso di Morgan Stanley, Goldman Sachs, Barclays.
In Italia il fenomeno che sembra inevitabile è la concentrazione delle società di gestione, quindi una semplificazione dell’offerta, con meno attori sempre più internazionali o comunque non basati in Italia. Questo è già evidente nei flussi di raccolta attuali con banche e reti che stanno, mese dopo mese, trasferendo masse dai fondi di diritto italiano a fondi di diritto comunitario basati in Lussemburgo e a Dublino, e facenti capo agli stessi gruppi bancari italiani. Ciò è dovuto alla migliore struttura dei costi e ai vantaggi fiscali che hanno clienti e società di gestione. E se nessuno pone rimedio, in dieci anni non ci saranno più fondi di diritto italiano, ma solo fondi distribuiti in Italia.

Questa evoluzione transnazionale si abbina a una ulteriore novità che il governatore Mario Draghi ha indicato: la dematerializzazione dei fondi comuni e la trattazione delle transazioni attraverso piattaforme telematiche che ne agevolino l’acquisto, così come avviene per qualsiasi titolo quotato.

Tale evoluzione sarebbe letale per il modello di distribuzione basato su reti di intermediari quali i promotori finanziari, che oggi vivono di provvigioni di collocamento e negli ultimi anni sopravvivono grazie alle retrocessioni sui costi di gestione, le cosiddette management fee.

Appare infatti evidente che se lo stesso prodotto si può comprare per via telematica, magari comodamente da casa via internet e il costo di gestione è scontato perché niente è dovuto a intermediari, i clienti non potrebbero che preferire tale prodotto rispetto a uno stesso prodotto collocato da un promotore.

Si potrà obiettare che il promotore in più fornisce una attività di consulenza e di assistenza che giustifica il costo in più, ma in pratica tale motivazione sarebbe difficile da far accettare alla massa della clientela.
Certamente per chi opera a parcella tale sistema è preferibile, ma il peso di questa modalità di distribuzione è oggi marginale, e non solo in Italia, ma in tutto il mondo. Chi è del settore sa quali lotte hanno dovuto combattere i promotori finanziari per vedersi riconoscere una parte delle commissioni di gestione, per poter affermare che il ruolo del consulente era di vendere prodotti e di dare consulenza ai clienti nel tempo, e per poter fare questo era necessario ricevere un compenso sulle masse gestite.

I promotori di Fideuram, la più importante rete italiana, per decenni hanno dovuto lottare per imporre alla loro società questo principio e dopo lunga trattativa hanno ottenuto una crescente quota delle retrocessioni delle commissioni di gestione. Tutte le reti sono oggi così strutturate e se ai promotori venissero a mancare queste entrate sarebbero guai.
Oggi il costo di gestione medio di un fondo è dell’1,5% e un terzo circa va al promotore che gestisce il cliente quindi uno 0,5% annuo.

In soldoni se un promotore ha un portafoglio di 20 milioni di euro incassa fissi 100.000 euro annui.

Certo sono entrate lorde, vanno detratti costi e tasse, ma rimane comunque un compenso interessante in questi anni difficili in cui il collocamento di nuovi prodotti è certamente più complesso.
Tale remunerazione garantisce anche un argine alla difesa nel lungo periodo di certi investimenti, difesa che appare nulla in banca, dove il dipendente non trae nessun vantaggio dalla difesa delle scelte fatte dai risparmiatori e spesso finisce per operare in controtendenza: vende ai massimi, liquida ai minimi.
Un altro disastro per il risparmiatore e per il sistema.
Insomma il progresso ha un prezzo, non bisogna opporsi, ma neanche abbandonare un sistema che, pur imperfetto, ha consentito al nostro Paese di crescere e di acquisire una migliore cultura finanziaria.

Una crescita che si deve al lavoro dei promotori finanziari.

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