Rimbalzo ciclico in dubbio

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di Redazione 7 Luglio 2009 | 06:45
Joachim Fels (Morgan Stanley) vede un prolungamento del periodo di “credito facile” negli USA come un enorme rischio per l’inflazione; mentre invece Ed McKelvey (Goldman) sostiene che questa analisi sia una “sciocchezza”, perché la Fed potrebbe disporre di almeno 10 modalità di uscita dal quantitative easing senza lasciare che l’inflazione salga a dismisura.

Ancora un aumento dell’avversione al rischio, carry trade in discesa, e cauto ottimismo che inizia a vacillare. Al di là degli sviluppi internazionali, i mercati dovrebbero essere focalizzati sui report degli utili aziendali USA, che come dicevamo ieri iniziano questa settimana. Più in dettaglio, i mercati sono curiosi di vedere se le stime della crescita economica verranno confermate (poco plausibile) oppure disdette (più probabile).  Tutto ciò per riuscire a dare un minimo di sostegno al rally dei mercati azionari e dei carry trade che abbiamo visto fino ad ora. Se il “rimbalzo ciclico” dei mercati non venisse confermato potremmo vedere una correzione profonda. Merita qualche parola in più questo summit del G8. E’ chiaro che ora i governi impiegheranno forse decadi per ridurre l’ingente ammontare di debito pubblico che è stato costruito attraverso i piani di sostegno durante questa crisi; i costi politici potrebbero in effetti essere permanenti.  Si stima che le misure anti-recessione porteranno i paesi avanzati ad avere un rapporto debito/pil al 114% entro il 2014 (ora la media è attorno al 35%, per intenderci).  Tutto questo sta portando ad uno spostamento degli equilibri internazionali perché il modello anglosassone di dottrina economica, di politica valutaria o politiche anti-inquinamento che sia ora è messo in discussione.  Sempre parlando di equilibri internazionali,  i paesi emergenti hanno oramai il 24% della capitalizzazione del mercato azionario internazionale. Su una nota più leggera, invece, commentiamo la lotta intestina tra banche d’affari: Goldman Sachs che inveisce contro l’analisi di Morgan Stanley per quanto concerne l’exit strategy della FED. Joachim Fels (Morgan Stanley) vede un prolungamento del periodo di “credito facile” (leggi anche “prestiti facili”) negli USA come un enorme rischio per l’inflazione; mentre invece Ed McKelvey (Goldman) sostiene che questa analisi sia una “sciocchezza”, perché la Fed potrebbe disporre di almeno 10 modalità di uscita dal quantitative easing senza lasciare che l’inflazione salga a dismisura. Ricordiamo che McKelvey era esponente della Fed prima di unirsi al team in Goldman. In effetti un minimo di trasparenza in più sulla “exit strategy” potrebbe togliere il mercato da questo stallo, ed evitare anche lotte intestine di tipo dantesco tra banche d’affari. Dopo la breve digressione torniamo alla cronaca dei mercati: la RBA ha lasciato i tassi invariati al 3%; il significato è semplice: non sapendo bene quanto stimolo sia ancora necessario ai mercati, e soprattutto con la curiosità intellettuale che porterebbe ad osservare con un minimo di calma con quanto lag temporale l’economia reale riesce a riprendersi, si tende ora a stare fermi in contemplazione.
Passando all’analisi tecnica, vediamo come l’EurUsd si trovi in fase laterale senza aver assunto una precisa direzionalità. Nel breve periodo 1.3920 – 1.3985 il più probabile range di movimento. Una rottura giornaliera decisa del supporto, potrebbe aprire la strada ad una correzione del cambio verso l’obiettivo ultimo di 1.3750. Interessante anche notare come l’EurChf, dopo l’intervento della SNB teso a svalutare la valuta elvetica contro euro e dollaro, stia lentamente scendendo, avvicinandosi a quota 1.5150/1.5130. In corrispondenza di tali livelli importanti supporti che dovrebbero contenere il movimento ribassista del cambio. Un’eventuale rottura di queste aree sarebbe propedeutica ad una sfida da parte del mercato all’Istituto Centrale svizzero che, sarebbe chiamato a ripetersi sulla scena del mercato aperto per difendere il livello di 1.5000.

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