Le condizioni di una ripresa in Europa secondo Dorval AM

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di Gianluigi Raimondi 21 Febbraio 2019 | 09:30

Di François-Xavier Chauchat, Chief Economist e Membro del Comitato Investimenti di Dorval AM

La resilienza dell’economia americana, almeno per il momento, e la politica accomodante della Federal Reserve hanno reso possibile un recupero del mercato borsistico. L’Europa, tuttavia, continua a preoccupare gli osservatori, con un’economia in costante rallentamento, una Banca Centrale Europea che ha messo fine agli acquisti di asset e la spada di Damocle di una Brexit senza accordo. Possiamo sperare in una ripresa dell’Europa nei prossimi mesi? Noi crediamo di sì, salvo uno choc di grande entità (come una no-deal Brexit). Siamo anche convinti che la BCE non esiterà a intervenire se necessario.

Il consensus prevede ormai una crescita di appena il +1,25% nell’eurozona nel 2019, prima di un lieve recupero nel 2020. Tale dato è nettamente al di sotto delle ultime previsioni della BCE (+1,6%), per quanto l’istituto vedesse dei rischi di ribasso. Gli investitori sono preoccupati, come indicano le basse valutazioni dei titoli azionari europei più sensibili al ciclo interno. Gli argomenti a favore dello scenario di ripresa ci sembrano comunque solidi. Il rallentamento economico tedesco è reale, ma l’entità sorprendente si deve a fattori temporanei che deprimono il settore automobilistico e quello chimico. Inoltre, l’effetto gilet gialli in Francia non dovrebbe durare a lungo. Al contrario, le recenti misure del governo rafforzano il potere d’acquisto. Infine, se il timore di una Brexit senza accordo comincia a nuocere alla crescita del Regno Unito e anche a quella europea, la ratifica di un accordo, che resta la soluzione attivamente ricercata, allevierà la tensione.

Inoltre, la situazione in Italia non è catastrofica come spesso si dice. In particolare, una depressione simile a quella del 2011-2013, con l’aumento incontrollato del debito pubblico, sembra improbabile. In effetti, alcuni indicatori chiave dell’economia interna restano in territorio positivo, come la fiducia dei consumatori o il clima nel settore edilizio. Inoltre, i crediti inesigibili hanno raggiunto il livello più basso in sette anni, a 100 miliardi di euro, con il riassorbimento di due terzi dell’aumento legato alle crisi del 2008 e 2012. Tale dinamica, unita a un finanziamento ancora generoso da parte della BCE, permette alle banche italiane di concedere prestiti al settore privato a tassi inferiori al 2%.

Con politiche fiscali e salariali più favorevoli, tassi di interesse estremamente bassi, prezzi del petrolio moderati e un euro più competitivo, è difficile dirsi davvero preoccupati per la crescita europea. I tempi della ripresa sono tuttavia incerti, ci sono dei rischi di ribasso e lo scenario positivo resta subordinato alla riduzione delle tensioni politiche, nel Regno Unito o in ambito commerciale. Ciò implica probabilmente una maggiore attività della BCE a sostegno della fiducia nel vecchio continente. Non condividiamo l’opinione secondo cui la BCE non può o non vuole fare di più. Può prorogare la LTRO, provocare una svalutazione ordinata dell’euro e persino rilanciare il suo programma di allentamento quantitativo se necessario.

Di conseguenza, suggeriamo di investire nelle società europee più sensibili all’economia interna (consumi in particolare, ma non solo) e di integrare tali posizioni con strategie che beneficerebbero di una BCE  più accomodante, basate in particolare su corporate bond e azioni più sensibili al calo dell’euro.

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