L’economia europea si piega ma non si spezza

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di Gianluigi Raimondi 25 Febbraio 2019 | 12:00

Di Christian Nolting, cio globale, Dws

L’Eurozona ha scansato “il peggio” dopo che la Germania ha evitato una recessione tecnica per il rotto della cuffia. I problemi dell’Eurozona mostrano che l’economia è affievolita, ma non è distrutta, come mostrano gli Stati Uniti e l’Asia.

Le Borse statunitensi sono state trainate al rialzo dall’accordo sul finanziamento dei provvedimenti di sicurezza al confine messicano, che ha scongiurato una seconda interruzione parziale delle attività amministrative. Infine è tornata la speranza di un lieto fine della controversia con la Cina sui dazi commerciali, anche se per questo fosse necessario prorogare la scadenza del 1°marzo. Gli utili aziendali hanno perso lo smalto dell’anno scorso e anzi rallentano il passo, ma per il momento gli investitori restano più sensibili alla buona salute dei fondamentali dell’economia. Questo ottimismo influisce non solo sul tasso di cambio tuttora alto del dollaro, ma anche sulla nostra previsione che l’attuale orientamento attendista della Federal Reservetornerà rigorista nei prossimi mesi e trimestri.

L’Europa è ancora alle prese con i suoi problemi economici, ai quali questa settimana si è aggiunta l’insidia politica delle elezioni anticipate in Spagna. Anche se la Germania ha scansato per un soffio la recessione tecnica, l’area monetaria è ancora alle prese con il rallentamento ciclico dell’economia e restano irrisolti gli antichi problemi strutturali di alcuni Paesi membri, come mostra il confronto tra i tassi internazionali di espansione economica negli ultimi vent’anni. Anche il tono delle dichiarazioni pubbliche della BCE diventa sempre più cauto. Forse si profila un cambiamento della sua politica monetaria? Ufficialmente resta immutata l’intenzione della BCE di aumentare il tasso d’interesse nei prossimi mesi. Il rallentamento dell’economia non risparmia nemmeno l’Europa centrale e orientale. Nel 4°trimestre, nonostante la buona tenuta della domanda interna, la flessione delle esportazioni ha nuociuto ai PIL destagionalizzati annui e trimestrali di Bulgaria, Ungheria, Polonia e Slovacchia. Nel Regno Unito, ancora lontano da una soluzione del negoziato sulla Brexit, la discesa dell’inflazione sotto il tasso perseguito dalla Banca d’Inghilterra ha attenuato le apprensioni dello scorso anno, secondo cui i salari non tenevano il passo del rincaro del costo della vita.

È tornato l’ottimismo anche sulla Cina, seppure per motivi diversi. A dispetto delle pastoie imposte al commercio con gli Stati Uniti, non solo a gennaio le esportazioni cinesi hanno mostrato una sorprendente capacità di tenuta, ma l’aumento verso i Paesi asiatici circonvicini e l’UE ha più che compensato la flessione di quelle dirette in USA

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