Gli investitori devono iniziare ad abituarsi a periodi di maggiore turbolenza

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Avatar di Gianluigi Raimondi 22 Marzo 2019 | 12:30

Il conflitto ideologico è tornato d’attualità, e probabilmente la capacità di comprendere questa nuova realtà diventerà un ingrediente sempre più critico per la performance degli investimenti. Invece di pensare “Non potrà mai succedere!”, cominciamo a chiederci “Cosa potrebbe succedere adesso?”, tenendo presente che non tutte le sorprese politiche sono necessariamente negative, fa notare Stefan Kreuzkamp, CIO di DWS.

“La storia ritorna”

Ci stiamo approssimando alla fine di un’epoca. E con questo non intendiamo semplicemente quanto ancora potrà durare il ciclo attuale. In questa sede vogliamo concentrarci su alcuni eventi che si approssimano, apparentemente distinti ma riuniti sotto la stessa categoria del rischio politico.

Il giorno della Brexit è ormai alle porte. Il 29 marzo è prevista l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Nessuno sa bene quali conseguenze negative possa comportare l’assenza di una qualsiasi sorta di accordo di uscita approvato dal parlamento di Westminster e dai partner europei del paese. Un’incertezza che i mercati detestano. Per ora, gran parte degli investitori conta sul fatto che qualcosa sia comunque legiferato, anche se solo una proroga. Mostrandosi perfettamente in linea con il modello applicato finora, quello ossia di evitare le decisioni difficili, specialmente per quanto concerne il lato Gran Bretagna.

Abbiamo poi diversi eventi elettorali, tra cui le elezioni anticipate in Spagna e quelle del Parlamento europeo che si terranno dal 23 al 26 maggio di quest’anno. Sulla base delle esperienze del passato, moltissimi investitori sembrano pronti a osservare turbamenti populisti, con potenziali conseguenze negative sul mercato. Se aggiungiamo i conflitti commerciali in atto tra il Presidente USA Donald Trump e una buona fetta del resto del mondo, non c’è da meravigliarsi se gli investitori stanno imparando in fretta ad aspettarsi l’insospettabile. Con i mercati che talvolta fanno la spola tra euforia e depressione, a seconda dell’ultimo Tweet presidenziale.

C’è comunque una qualche analogia in tutto questo. Nelle situazioni anzidette, gli investitori tendono a estrapolare dalle esperienze recenti, una reazione piuttosto umana quando ci troviamo a fronteggiare l’incertezza. Spesso si aggiunge una dose generosa di speranza, che recita circa così: “Beh, ci sono persone presumibilmente razionali in ogni fazione. Gli elettori e i politici conoscono i danni che possono provocare, non da ultimo a sé stessi. Sicuramente prenderanno decisioni che riterrò assennate.”

È stato esattamente questo modo di pensare che ha portato i mercati a sottostimare la probabilità che nel 2016 il Regno Unito votasse a favore dell’uscita dall’Unione europea. Eppure, a detta dei sondaggi, il voto Brexit non era per nulla imprevedibile. Proprio come non lo è stata la vittoria di Trump nel Collegio Elettorale (malgrado non ce l’avesse fatta col voto popolare). Come abbiamo affermato nel nostro Speciale sul commercio globale [1] di maggio 2018, probabilmente è stata la Cina, e non Bruxelles o il Messico, ad aver avuto un ruolo smisurato. In ambo le opzioni, la distribuzione del voto porta a desumere una forte correlazione tra i pattern di voto e il declino economico localizzato, scatenato inizialmente dall’impennata delle importazioni dalla Cina, che a sua volta potrebbe aver contribuito all’atteggiamento anti-immigrazione, a prescindere dall’impatto più o meno importante che la migrazione possa aver riportato in una qualsiasi area geografica in particolare.

Sono proprio questi i modelli, spesso sorprendenti, che cerchiamo di utilizzare per analizzare e anticipare i rischi politici. Sono decenni che il comportamento di voto è sempre meno prevedibile, lasciando ampio spazio alle sorprese elettorali che, a loro volta, aumentano la probabilità di incidenti politici potenzialmente dannosi; la minacciosa prospettiva di una Brexit dura e caotica ne è solo l’esempio lampante. Le sorprese elettorali, tuttavia, raramente escono dal nulla. Sono più frequenti i casi che mostrano una fitta presenza di indizi che contribuiscono a identificare i pattern sottostanti. Sulla Brexit, un tale approccio sottolinea i dilemmi politici ben oltre la questione di “accordo sì” o “accordo no”, suggerendo, in un’ottica più ampiamente commerciale, che la relazione violenta contro la globalizzazione possa rivelarsi ben più sostenuta. La resistenza al libero commercio sembra avere cause più profonde delle preferenze politiche idiosincratiche dell’attuale Presidente degli Stati Uniti.

Eppure, solo pochi tra questi modelli valgono a livello universale

Le semplici storie sulle rivolte populiste raramente viaggiano al pari di quelle riguardanti Cina, Brexit e Trump come abbiamo descritto sopra, in parte a causa delle differenze tra le tradizioni politiche e i sistemi elettorali che solo un’attenta analisi può rivelare. Come abbiamo descritto nella nostra previsione sulle Elezioni europee[2], il populismo che arriva sia da destra sia da sinistra non è un fenomeno nuovo nell’Europa continentale. In molti paesi, i partiti in questione sono vecchi di decenni e alcuni tra loro hanno già vissuto svariati cicli di rapidi successi elettorali, spesso seguiti da rapidi collassi. Alcuni di questi hanno riportato risultati significativi alle Europee del 2014. Tanto i sondaggi elettorali quanto le esperienze passate lasciano intendere che al di fuori dell’Italia, le Europee del 2019 possano in realtà rivelarsi piuttosto deludenti per i vincitori del populismo del passato. In parte perché le insurrezioni contro lo status quo non devono necessariamente essere estreme o euroscettiche, osservazione ovvia soprattutto in paesi come la Polonia. In linea generale, i sondaggi attuali lasciano prevedere risultati notevolmente positivi per le forze social-liberali, ampiamente pro-Europa e pro-mercato.

Tutte osservazioni che ci conducono a lezioni in qualche modo più ampie. Ventisette anni fa, l’economista politico Francis Fukuyama proclamava la famosa “Fine della storia”[3], intendendo la scomparsa di una alternativa ideologica ai mercati liberi e alla democrazia liberale. In molti paesi, quell’era è terminata nel 2016, se non prima. Sta emergendo una moltitudine di alternative, spesso caratterizzate da una velocità sorprendente. L’incertezza politica non è una sorta di aberrazione passeggera ma piuttosto una caratteristica di ciò che etichetteremmo il “Ritorno della storia.” Il confitto ideologico è tornato, e comprendere questa nuova realtà diventerà probabilmente un ingrediente sempre più fondamentale della performance degli investimenti. Invece di pensare “Questo non potrà mai accadere!”, iniziamo a pensare “Cosa potrebbe accadere adesso?”, tenendo comunque a mente che non tutte le sorprese politiche devono necessariamente essere negative.

Come il populismo può far crescere l’incertezza

L’incertezza politica non è una mera aberrazione passeggera. In molte delle democrazie principali, gli elettori mostrano una rabbia comprensibile contro lo status quo.

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