La ricerca di reddito fa bene agli investitori? Teoria e pratica del perchè

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di Gianluigi Raimondi 10 Aprile 2019 | 12:30

Di Luca Tobagi, CFA Investment Strategist di Invesco

In teoria non c’è alcuna differenza fra la teoria e la pratica. In pratica c’è. Questa frase celebre del campione di baseball Yogi Berra trova riscontro nella ricerca che Invesco ha recentemente pubblicato sui desideri degli investitori. Una miniera di informazioni preziose per chi gestisce gli investimenti, ma soprattutto per chi lavora a contatto con i clienti.

Uno dei messaggi più forti è che, trasversalmente, negli otto più importanti Paesi europei, l’86% dei risparmiatori desidera ricevere un fusso di reddito aggiuntivo dai propri investimenti. Fin qui la teoria. In pratica, però, solo il 17% investe in strategie che possano generare reddito.

Al di là di questo divario, che ritengo destinato ad essere colmato, ci sono due aspetti meno visibili per cui investimenti orientati alla generazione di reddito possono tornare utili ai risparmiatori:

  • Il primo nasce dall’osservazione che, in teoria, investire in una strategia ad accumulazione e una che distribuisce reddito periodicamente non dovrebbe essere diverso, se tale reddito viene reinvestito nella strategia stessa. In pratica lo è. L’economia comportamentale ci parla di mental accounting. Teniamo una vera e propria contabilità mentale, nella quale l’apprezzamento del capitale investito è considerato separato, e trattato in modo diverso, dal fusso periodico di reddito percepito dal patrimonio stesso. Molti di noi, in pratica, tendono a lasciare intatto il capitale quanto più possibile, mentre sono disponibili a spendere il reddito che esso genera. In teoria, quando i proventi di un investimento confluiscono nel patrimonio, basterebbe disinvestire, quando occorre, l’ammontare necessario a soddisfare le nostre esigenze. Ciò può avere conseguenze anche al di là dell’impatto sulle decisioni di spesa. Infatti, se il reddito periodico generato dagli investimenti non viene consumato interamente, viene risparmiato e ci spinge a riflettere su come reinvestirlo. A mio parere questa situazione può essere positiva, perché porta a un’osservazione ricorrente del portafoglio di investimenti e potenzialmente a integrazioni e modifiche, qualora siano utili, che con una strategia ad accumulazione potrebbero verificarsi meno frequentemente.
  • Il secondo è che percepire la ricerca di reddito come un obiettivo estremamente importante può aiutare chi investe a concentrarsi sull’orizzonte temporale degli investimenti e sulla pianificazione. La nostra ricerca evidenzia come l’orizzonte temporale in Italia sia molto più breve che negli altri Paesi europei: poco meno di 5 anni, rispetto a una media di quasi 7 per l’Europa e gli oltre 10 dell’Olanda. L’attenzione alla generazione di reddito ci può spingere a porci domande che ci aiutino a chiarire i nostri reali obiettivi, a quantificare meglio le risorse necessarie a realizzarli e a piani care accuratamente le strategie di investimento per raggiungerli. Domande chiare: quanto mi serve oggi? Quanto desidero ricevere come reddito dai miei investimenti e perché? Quanto capitale desidero avere a disposizione in futuro e per quali scopi? E quando?

Per chi gestisce i portafogli, la questione dell’orizzonte temporale è una delle prime da affrontare nell’elaborazione di un processo di investimento disciplinato. Per i risparmiatori, cercare la risposta a queste domande, specialmente con un ausilio professionale, è più che utile: necessario.

Avere una capacità di risparmiare anche ampia, o un orizzonte temporale anche lungo, non è la stessa cosa di pianificare. Il patrimonio va curato e controllato periodicamente, come si fa con un’automobile. Credo che tali momenti possano essere un’opportunità per i risparmiatori per imparare cose nuove, sugli investimenti e, perché no, su se stessi. Molte delle informazioni che emergono dalla nostra ricerca sull’income puntano in questa direzione. Un investimento di pochi minuti di lettura che può dare grandi risultati.

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