Eurozona vs Usa: dogmatismo contro pragmatismo

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di Gianluigi Raimondi 11 Aprile 2019 | 15:00

Trend demografici deboli e polarizzazione della società limitano il potenziale di crescita dell’economia europea. Per aumentarlo servono scelte coraggiose di politica economica, questa sarà la sfida per la prossima generazione di leader europei. Ecco di seguito la view di Di Matteo Ramenghi, Chief Investment Officer UBS WM Italy.

Da molti punti di vista, l’Eurozona è un’area economica più sana degli Stati Uniti

L’area euro ha un debito pubblico medio di poco superiore all’85% del PIL contro quasi il 100% degli Stati Uniti e le famiglie europee sono molto meno indebitate di quelle americane. Quest’anno l’eurozona riporterà un deficit del bilancio pubblico di circa l’1% del PIL che si confronta con oltre il 4% d’oltreoceano. C’è un altro indicatore che ci vede più virtuosi, la nostra bilancia commerciale è positiva per oltre il 3% del PIL rispetto a un deficit americano di oltre il 2%.

Nonostante tutto ciò, gli Stati Uniti negli ultimi dieci anni sono cresciuti quasi il triplo rispetto a noi

La maggior flessibilità dell’economia, un modello più concentrato sulla domanda interna, una più ampia esposizione alle nuove tecnologie e un migliore accesso al mercato dei capitali spiegano solo una parte di questo differenziale di crescita.

Infatti, gli Stati Uniti hanno saputo prendere decisioni molto rapide per uscire dalla crisi del 2008 mentre l’eurozona ha perso tempo prezioso. Già a inizio del 2009, al di là dell’oceano si stanziavano somme ingenti per ricapitalizzare il settore bancario e la Federal Reserve avviava il quantitative easing, le immissioni di liquidità sui mercati.

Al contrario, la Commissione Europea ha tenuto un approccio prevalentemente dogmatico sin dall’inizio della crisi, talvolta tollerando eccezioni ma quasi mai dimostrando iniziativa nella gestione delle emergenze. La BCE ha addirittura alzato i tassi nel 2008 e non ha varato misure di sostegno tangibile fino al famoso “whatever it takes” di Mario Draghi nel 2012. Un vero e proprio programma di immissione di liquidità è stato iniziato solo nel 2015. Di fatto, la ripresa da noi è cominciata nel 2013 e non nel 2009 come per gli Stati Uniti e la debolezza economica non è quindi stata pienamente riassorbita.

Come è ben noto, le ragioni di tali ritardi vanno ricercate nella difficoltà di concordare soluzioni accettabili per tutti i Paesi parte dell’Unione Europea, nella mancanza di un’unione fiscale, bancaria e del mercato dei capitali.

La decelerazione economica in corso ci obbliga a prendere in considerazione diversi scenari per l’economia dell’Eurozona e a interrogarci su cosa succederebbe al sopraggiungere della prossima recessione globale, che potrebbe anche essere scatenata dall’incertezza politica dovuta da elementi esterni all’Europa.

In questo momento, il sostegno dell’opinione pubblica all’euro è ai massimi storici ma una recessione sarebbe terreno fertile per le forze politiche populiste, che già hanno sfruttato la crisi degli scorsi anni e le ondate migratorie. Il futuro dell’euro dipenderà quindi dalla nuova generazione di leader che presto si insedieranno nelle principali istituzioni europee. Più che mai le elezioni europee, la composizione della nuova Commissione e la successione alla Presidenza della BCE saranno delle pietre miliari nel processo di integrazione.

Per quanto riguarda l’Italia, il raggiungimento di un accordo sulla legge di bilancio con la Commissione Europea ha ridotto il rischio politico percepito dai mercati e ha consentito una riduzione dello spread. L’Italia resta però su un sentiero stretto: in assenza di riforme e di continua disciplina fiscale, la prossima recessione globale potrebbe portare a ulteriori riduzioni dei rating creditizi creando condizioni tali da richiedere nuovi sacrifici fiscali. La riduzione dello spread è quindi essenziale per proteggere redditi e patrimoni.

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