“Tutti hanno debiti con tutti, questo il segreto del nostro benessere”

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di Gianluigi Raimondi 2 Maggio 2019 | 14:00

A cura di Aqa Capital

«McNamara: Ecco il conto di quanto mi devi. [elenco] Totale: 41.020 marchi o 10.225 dollari.
Otto: Come? Sono un capitalista da appena tre ore e ho già un debito di 10.000 dollari?
McNamara: È il segreto del nostro benessere! Tutti hanno debiti con tutti!»

Dialogo tratto da Uno, due, tre! di Billy Wilder.

«Tutti hanno debiti con tutti!»: è questo «il segreto del nostro benessere», come dice McNamara?

Non sempre. Basta guardare il giudizio di S&P sull’Italia di settimana scorsa. L’agenzia di rating non ha proceduto a un declassamento e il voto è rimasto stabile (BBB), ma è stato anche confermato l’outlook negativo. Questo perché lo Stato non è considerato virtuoso poiché che il debito pubblico è in aumento. «Prevediamo un rialzo del debito-Pil», sottolinea S&P. E ancora: «I rischi per la posizione di bilancio dell’Italia stanno aumentando. Il governo italiano sta invertendo il processo di consolidamento di bilancio». In particolare, nella nota dell’agenzia si legge che «l’attuale piano economico e di bilancio del governo ha avuto un ruolo nell’ingresso dell’economia italiana in una recessione tecnica durante la seconda metà del 2018». Pesa «l’incertezza riguardo il percorso dei conti pubblici» che ha causato l’incremento dei «costi di indebitamento durante l’estate 2018». Inoltre «le mosse di bilancio del governo sembrano essere state controproducenti per molti aspetti, dati i loro effetti negativi sulle condizioni finanziarie e sui costi di finanziamento per le banche italiane». Dalla Cina è arrivata la risposta del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, il quale si trovava a Pechino per il forum Belt and Road: «Dovremo migliorare sicuramente ma per il momento va bene così». C’è comunque una nota positiva nell’analisi di S&P. Se lo Stato è considerato poco saggio, le famiglie sono invece valutate positivamente perché stanno limitando al massimo il proprio indebitamento.

Passiamo ora a Kering, che sembrerebbe avere un «debito» con il fisco italiano. Secondo le accuse, il gruppo avrebbe evitato di versare le tasse sulla commercializzazione in Italia dei prodotti a marchio Gucci (di cui il colosso francese è proprietario), pagando, attraverso una società elvetica, soltanto le imposte svizzere a un tasso inferiore al 9%. Kering si appresta quindi a emettere un assegno da oltre un miliardo di euro, il maxi-risarcimento più alto nella storia del fisco italiano. Il titolo, tuttavia, non ha subito particolari scossoni a Piazza Affari.

A livello europeo sembra esserci un «debito» di fiducia

L’indice di fiducia economica nei Paesi dell’Eurozona è diminuito ad aprile a 104 punti dai 105,6 di marzo. Scende anche l’indice di fiducia delle imprese industriali che passa a -4,1 punti dai -1,6 del mese precedente. Parliamo quindi del valore minimo registrato da settembre 2014. Il trend è in discesa anche guardando alla fiducia dei consumatori, pari a -7,9 punti contro i -7,2 di marzo. È invece stabile l’indicatore del settore servizi che si è attestato a 11,5 punti.

La fiducia scarseggia anche intorno a Deutsche Bank, almeno da parte di Credit Suisse che ha emesso una doppia bocciatura del titolo: il rating passa da neutral a underperform e il target price da 8 a 6,5 euro per azione. Il listino tedesco, insieme ai principali indici europei, ha comunque chiuso la giornata di lunedì in leggero rialzo.

Apriamo un altro capitolo. Per quanto riguarda l’accordo commerciale tra Washington e Pechino, non c’è alcun «debito» di fiducia. «Siamo alle battute finali»: è la dichiarazione del segretario al Tesoro americano Steven Mnuchin, riportata in questi giorni dal New York Times, sull’andamento delle trattative. Il politico statunitense è atteso in Cina insieme al rappresentante al Commercio, Robert Lighthizer, per una serie di colloqui che dovrebbero portare alla firma finale dell’accordo.

Anche a livello di PIL, le notizie provenienti dagli States sono positive. Nel primo trimestre 2019 è stata infatti registrata una crescita pari al +3,2% che ha bruciato le aspettative (+2,3%). Un dato che tuttavia va contestualizzato: l’aumento è per due terzi riconducibile a due voci molto volatili, ovvero le scorte aziendali e le esportazioni.  Delude invece il risultato relativo ai consumi, cresciuti di circa l’1%, al di sotto delle aspettative.

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