La buona salute dell’economia Usa frena la colomba Powell

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Avatar di Max Malandra 10 Maggio 2019 | 14:30

A cura di Giordano Beani, head of Multi-Asset Fund Solutions Italy di Amundi SGR

Contrariamente alle attese del mercato la Federal Reserve guidata da Jerome Powell evita nel comunicato e nella conferenza stampa a margine della riunione del FOMC conclusasi il primo maggio ogni riferimento a possibili riduzioni dei tassi di interesse ufficiali nel prossimo futuro. La forza sottostante dell’economia statunitense, nonostante un’inflazione saldamente ancorata sotto il 2%,obiettivo simmetrico di stabilità dei prezzi individuato dall’Istituto Federale, fa propendere per una tattica attendista e fa ancorare ogni decisione futura sulla direzione dei tassi ufficiali alla pubblicazione dei dati maggiormente tenuti sotto osservazione nei prossimi mesi.

Nella settimana appena conclusa la pubblicazione dei dati sulla produttività del primo trimestre 2019 in USA è stata sorprendente con una crescita del 3,6% rispetto al 2,2%atteso dal consenso. In modo particolare ha sorpreso la debole dinamica  del costo del lavoro che aiuta a mantenere contenute le attese di inflazione. Tale dato è stato rafforzato dalla pubblicazione venerdì 4 dei nuovi occupati nel settore non agricolo per il mese di aprile che ha visto la creazione di 263.000 nuovi posti di lavoro rispetto ai 190.000 attesi dal mercato, con il tasso di disoccupazione che è sceso al3,6% rispetto al3,8% atteso, il dato più basso dal dicembre del 1969.

Nel contempo la crescita dei salari medi orari su base annua si è attestata al3,2%, meglio del3,3%atteso, confermando la straordinarietà dell’attuale fase di espansione economica, la seconda più lunga del dopoguerra dopo quella del decennio1991- 2001, che appare ormai da tempo smentire la relazione inversa, nota come curva di Phillips, tra la variabile tasso di disoccupazione e la variabile tasso di inflazione.

Sul mercato azionario, che già scontava una probabilità di ribasso dei tassi del 50%tra la fine dell’anno e i primi mesi del 2020, la reazione all’attendismo di Powell è stata inizialmente negativa nelle sedute di mercoledì e giovedì, mail colpo di reni di venerdì sulla scorta dei dati su occupazione e salari ha permesso all’Indice S&P500 di chiudere territorio leggermente positivo la settimana (+0,2%),con il Nasdaq anch’esso positivo e di Dow Jones Industrials frazionalmente negativo.

I mercati azionari dell’Area Euro si sono scrollati di dosso agevolmente la situazione di incertezza post elettorale in Spagna, dove come da tempo succede non è emersa una maggioranza chiara dalle urne, ma che ha visto il PSOE di Pedro Sanchez e Podemos di Pablo Iglesias avvicinarsi alla maggioranza assoluta in caso di alleanza tra i due partiti, che però necessitano di aggregare qualche altra forza per poter dare vita ad un governo di maggioranza.

L’Indice Eurostoxx50 chiude pertanto praticamente invariato la settimana (+0,06%) ed il nostro mercato domestico fa capolino in territorio positivo (+0,12) grazie anche al dato sugli indici PMI manifatturieri di giovedì che attestatosi a49,1 ha battuto le stime di consenso al 47,8, e ciò nonostante le rinnovate tensioni nella maggioranza legate alla vicenda del Sottosegretario al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, il leghista Armando Siri.

In Asia chiuso tutta la settimana il Giappone per la tradizionale Golden Week e la festività legata alla proclamazione il 30 aprile del nuovo Imperatore Naruhito, dopo l’abdicazione del padre Akihito. I Paesi Emergenti chiudono a +0,44% (Indice MSCI Emerging). Per quanto concerne i mercati obbligazionari poche le variazioni da segnalare con il Bund decennale che si riaffaccia in territorio di rendimenti positivi a +0,025% e di nostro differenziale con la Germania che stringe di 7 punti base a 253 sulla scadenza decennale.

Infine, sulle divise il dollaro USA chiude la settimana a 1,12 contro Euro in leggero indebolimento, mentre per le commodity principali da segnalare lo storno del prezzo del petrolio che chiude in ribasso dell’1,1% a 70,9 dollari al barile di Brent. In conclusione, la cavalcata dei mercati azionari da inizio anno sembra avere perso un po’ di vigore, ma dati economici in generale miglioramento, una salute di ferro dell’economia a Stelle e Strisce, ed una stagione dei risultati che pur non esuberante non ha riservato sorprese negative, fatta eccezione per alcuni nomi importanti come Alphabet, la holding di Google ed Intel, mantengono i mercati sui livelli massimi dell’anno e nel caso degli USA sui livelli massimi assoluti.

Su questo contesto positivo è arrivato però durante il weekend come un fulmine a ciel sereno il “tweet” del Presidente USA Donald Trump, che minaccia di rompere la tregua sulle tariffe con la Cina entro venerdì di questa settimana, dichiarando di voler elevare al 25% dall’attuale 10%le tariffe su 200 miliardi di dollari di importazioni dalla Cina e accusando i cinesi di causare un progresso troppo lento nei negoziati commerciali. La reazione cinese non si è fatta attendere e la contromossa è quella di minacciare il rinvio del prossimo round di riunioni previsto per questa settimana. Prepariamoci quindi ad una settimana difficile sui mercati, nella speranza che si tratti di pretattica, ma consapevoli che una riapertura delle dispute commerciali può innescare una correzione più duratura e significativa.

 

 

Azioni

Moderato consolidamento dei mercati azionari dopo un eccellente avvio d’anno. L’indice MSCI AC World ha riguadagnato il 15% in 4 mesi. Lo S&P 500 e il NASDAQ hanno raggiunto i massimi storici. Finora l’andamento delle trimestrali è positivo. Negli Stati Uniti e in Europa la crescita degli utili per azione è del 3% su base annua ed è superiore alle aspettative. Con il rally di inizio anno c’è stata una normalizzazione delle valutazioni dei mercati azionari. A partire da ora il comportamento di questi ultimi dipenderà in larga misura da quanto gli utili riserveranno delle sorprese. In questa trimestrale dovremmo assistere a un’inflessione positiva delle revisioni per il 2019 che finora sono state ribassiste. La portata di quest’inflessione non dovrebbe tuttavia essere molto marcata.

 

 

Obbligazioni governative

Gli spread dei BTP italiani si sono ristretti sulla scia della conferma del rating sovrano da parte di S&P; rispetto ai bund decennali tedeschi gli spread dei BTP si sono ristretti di quasi 20 pb. I mercati obbligazionari “rifugio” sono rimasti sostanzialmente invariati vista la mancanza di catalizzatori a livello macroeconomico e di politica monetaria. Dopo la riunione del FOMC, la probabilità implicita di un primo taglio dei tassi di interesse a fine anno è ridiscesa al 50%. Di conseguenza, il rendimento alla scadenza dei Treasury USA a breve termine è aumentato leggermente. Nel complesso, la volatilità rimane piuttosto debole sulla maggiore parte dei mercati azionari.

 

Obbligazioni corporate

Nel corso della settimana c’è stato poco movimento sugli spread. È stata effettuata qualche leggera presa di beneficio dopo il robusto rally da inizio anno per via dei dati macroeconomici contrastati e del fatto che dalla riunione del FOMC non sono emerse novità. Nella zona Euro i fattori tecnici appaiono ancora più favorevoli che negli USA, soprattutto nei segmenti a beta elevato. La caccia al rendimento sta alimentando la domanda in un contesto di mercato primario meno attivo sul fronte dell’offerta.

 

Tassi di cambio

Il dollaro ha perso terreno (-0,40%) nei confronti delle altre valute dei G10 in termini di tasso di cambio effettivo. Tra loro, la sterlina britannica è stata quella che ha messo a segno la miglior performance (0,96% sul dollaro USA), seguita dall’euro e dalla corona danese. Il dollaro neozelandese e la corona svedese figurano invece tra i fanalini di coda. Nei mercati emergenti, il peso argentino si è rafforzato sul dollaro USA, mentre il peso cileno e il rublo russo si sono indeboliti. La cosiddetta “quadratura delle posizioni” a fine mese è stato il principale motivo del vigore della sterlina, mentre la riunione della Bank of England è stato un non evento sul fronte valutario. L’euro ha beneficiato del PIL superiore alle attese nel primo trimestre (0,4% contro lo 0,3%) e di un aumento dell’IPC tedesco, anche se la riunione del FOMC è stata meno accomodante di quanto previsto dal mercato.

 

 

Materie prime

Il petrolio è rimasto volatile questa settimana e ha chiuso in calo di circa tre dollari al barile per via del rumore politico e di alcune prese di beneficio dopo un rally durato quattro mesi.  Il WTI rimane comunque sopra quota 60 dollari al barile e il Brent sopra i 70 dollari. L’oro è sceso sotto quota 1.280 dollari l’oncia dopo che durante la riunione del FOMC sono state ridimensionate le attese riguardo a un taglio dei tassi nel 2019. I metalli di base hanno ritracciato ulteriormente nel corso della settimana. Lo scenario centrale rimane tuttora favorevole alle materie prime mondiali e i dati recenti hanno confermato una leggera ripresa dell’economia che in futuro dovrebbe sostenere le materie prime. I timori relativi all’OPEC e a un’interruzione delle forniture in Venezuela, Libia e Iran saranno i fattori che determineranno il prezzo del greggio. I bilanci delle banche centrali incideranno sulle quotazioni dell’oro, mentre l’allentamento del credito in Cina favorirà i metalli di base.

 

Stati Uniti

Ad aprile l’indice ISM manifatturiero ha registrato una flessione di 2,5 punti ed è sceso a 52,8, mentre era ampiamente atteso un suo rialzo.   L’indice si è attestato ai minimi dall’ottobre 2016. Con questo calo prosegue anche nel secondo trimestre il trend ribassista che il settore manifatturiero sembra aver imboccato dopo i massimi dell’agosto 2018. Anche se in maniera volatile, l’indice ISM manifatturiero continua a calare. Le singole componenti hanno evidenziato un’analoga debolezza, con cali generalizzati delle sue sub-componenti chiave, tra cui i nuovi ordini, la produzione e l’occupazione. I nuovi ordini delle esportazioni hanno accusato una flessione di 2,2 punti e sono scesi sotto quota 50 per la prima volta dall’inizio del 2016.

 

Europa

Nel primo trimestre c’è stata una ripresa della crescita: il PIL ha segnato un progresso dello 0,4% su base trimestrale rispetto allo 0,3% atteso e allo 0,2% del trimestre precedente. Questo dato comprende l’aumento dello 0,3% della Francia, lo 0,2% dell’Italia e lo 0,7% della Spagna (il dato tedesco non è ancora stato pubblicato). Inoltre, il tasso di disoccupazione nella zona Euro è sceso a marzo al 7,7%. La ripresa della crescita è avvenuta nonostante i dati molto mediocri dei sondaggi sui dati congiunturali condotti nello stesso periodo. Da questo quadro emerge che le forti difficoltà osservate nel settore manifatturiero si sono propagate solo in misura moderata all’economia nel suo insieme. Tuttavia, questa dato positivo comprende anche il fatto che il rimbalzo tecnico si è verificato prima del previsto.

 

Mercati Emergenti

La banca centrale argentina ha annunciato un cambiamento nella strategia valutaria in accordo con il FMI. Questo cambiamento prevede una maggiore flessibilità d’intervento (soprattutto riguardo la vendita dei dollari) nell’ambito della zona di non intervento individuata in precedenza. Per quanto ne sappiamo, questo cambiamento è stato concordato con il FMI. Questa decisione della banca centrale è stata presa dopo il tonfo della valuta la scorsa settimana in un clima di crescente incertezza politica ed elettorale (elezioni a ottobre) e a seguito della  delusione sull’inflazione (superiore al 50% su base annua a marzo). Il recente cambiamento di strategia potrebbe essere messo a repentaglio dalla mancanza di riserve disponibili per stabilizzare la valuta.

 

Giappone

La stima preliminare della produzione industriale giapponese per il mese di marzo indica una contrazione dello 0,9% su base mensile e del 4,6% su base annua. In base a gran parte delle stime, la produzione sarebbe rimasta invariata rispetto a febbraio. Durante il primo trimestre del 2019, la produzione è scesa del 2,6% su base trimestrale, il maggior calo in quasi cinque anni. Questa debolezza è probabilmente da ricondurre al rallentamento in Sud Corea, uno dei principali clienti dell’industria giapponese.  I settori meno brillanti sono stati quelli della produzione di automobili, dei macchinari per la produzione di chip e dei macchinari per i display a cristalli liquidi.

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