Pir: cosa succederà nel prossimo futuro?

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di Gianluigi Raimondi 20 Maggio 2019 | 16:30

“L’unica soluzione per realizzare un prodotto idoneo a soddisfare le nuove disposizioni è il Fondo Chiuso Non Riservato, probabilmente nella innovativa versione denominata ELTIF (European Long Term Investment Fund)”. L’avvertimento arriva da Marco Rosati, ad di Zenit Sgr, che di seguito dettaglia la propria view sul future dei Pir.

Gli ELTIF sono fondi di investimento alternativi dell’UE (FIA UE) gestiti da un gestore di fondi di investimento alternativi (GEFIA) autorizzato ai sensi della direttiva 2011/61/UE. Rientrano nel quadro giuridico che disciplina la gestione e la commercializzazione di questa tipologia di fondi nell’Unione Europea. L’ELTIF è stato pensato e regolamentato per consentire l’accesso dei risparmiatori Retail all’investimento alternativo volto a finanziarie il tessuto della PMI in ambito UE.

L’ELTIF consente al gestore di destinare una quota del portafoglio a investimenti illiquidi nella certezza di non dover far fronte a eventuali riscatti e si sposa con l’orizzonte temporale dei Piani di Risparmio, ma non offre la stessa fruibilità dei fondi aperti, investibili e disinvestibili in qualunque momento. La soglia minima di sottoscrizione è di euro 10.000 e il periodo di adesione relativamente breve. La platea dei potenziali sottoscrittori risulta pertanto più contenuta.

In Zenit SGR gli studi di fattibilità sono stati realizzati e si potrebbe procedere al lancio di un innovativo ELTIF PIR in tempi rapidi. Anche se nel prossimo futuro difficilmente sarà possibile offrire una soluzione dal momento che non vi sono aziende con i requisiti richiesti sulle quali investire, salvo una improbabile esplosione di nuove quotazioni sull’AIM e la nascita di fondi di Venture Capital con le caratteristiche richieste.

Appare altamente improbabile che i nuovi PIR, ammesso che nascano, possano avere un successo analogo alla prima versione. Sarebbe pertanto opportuno accorciare significativamente il lasso temporale indicato e ripristinare, almeno temporaneamente, le condizioni affinché i milioni di risparmiatori italiani che non ancora non hanno il loro Piano di Risparmio possano fruire di tale opportunità e dare il loro contributo al finanziamento delle imprese italiane, esattamente come è negli auspici del governo. Fortunatamente il flusso di sottoscrizioni successive da parte degli investitori sui Piani in essere sta continuando ed è probabile che gli attuali 15 miliardi circa possano quantomeno raddoppiare nei prossimi 2/3 anni. Analizzando i dati emerge che il valore medio dei piani attuali è attorno ai 10.000 euro a fronte di un massimo investibile di 150.000. Lo spazio di crescita è molto significativo.

Come sono stati concepiti i nuovi PIR?

Con la legge di stabilità in vigore dal 1° gennaio 2019 e a seguito della pubblicazione del DM 30/4/19 “Disciplina attuativa dei piani di risparmio a lungo termine”, il legislatore ha introdotto ulteriori indicazioni sulla composizione degli investimenti, che si sono mostrate fin da subito impraticabili e che hanno comportato il blocco totale all’apertura di nuovi piani di risparmio. “Risulta probabile – afferma Marco Rosati, AD di Zenit SGR – che il legislatore abbia voluto intervenire per indirizzare una quota maggiore del patrimonio dei PIR verso le aziende italiane di piccole o anche piccolissime dimensioni, introducendo l’obbligo di destinare una quota non residuale a investimenti in strumenti finanziari trattati su mercati quali l’AIM e in fondi di Venture Capital”.

Purtroppo – continua Rosati – tali norme non sono applicabili nella pratica per quattro ragioni:

  1. Concedere un beneficio fiscale sugli investimenti a favore di una certa tipologia di aziende deve rispettare le direttive europee in tema di aiuti di stato. L’unico modo per farlo senza richiedere un’approvazione specifica è quella di utilizzare delle previsioni già in essere, come nel caso specifico la normativa 2014/65/UE. Tale normativa regola gli investimenti in strumenti finanziari emessi da società che devono rispondere a requisiti molto stringenti in termini dimensionali e di capitale ricevuto ed essere operative da pochi anni, oltre alle modalità di effettuazione di tali investimenti. Attualmente sull’AIM si contano pochissimi titoli emessi da “PMI ammissibili” e per poche decine di milioni di capitalizzazione.
  2. Anche I fondi di Venture Capital, per essere “ammissibili” devono investire in PMI con le stesse caratteristiche dimensionali, di volume d’affari, di anni di operatività, etc. Perciò si rischiano una notevole sovrapposizione e una concorrenza sulla stessa tipologia di aziende.
  3. Dover dedicare una quota minima del 7% degli investimenti in strumenti poco liquidi o totalmente illiquidi rende complesso e probabilmente impraticabile poter utilizzare i fondi comuni aperti, strumento principe per semplicità, trasparenza, importi minimi di sottoscrizione, per realizzare i nuovi PIR. Lo stesso vale per le gestioni patrimoniali e alcune tipologie di polizze assicurative.
  4. La quota del 7% deve inoltre essere investita in strumenti di “equity o quasi equity”. Considerando che degli attuali PIR solo una quota attorno al 30% è rappresentata da azioni, appare evidente il peso eccessivo della componente azionaria che andrebbe allocato su questi strumenti.

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