Saranno i populismi a innescare una recessione globale?

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Avatar di Gianluigi Raimondi 21 Maggio 2019 | 12:00

Populismo e protezionismo

Dagli Stati Uniti di Trump all’Europa e in particolare alla Gran Bretagna di Brexit e all’Italia, ma anche a Ungheria e Polonia, oltre che al Sudamerica: l’ascesa globale dei populismi e il ritorno del protezionismo stanno mettendo i bastoni tra le ruote al commercio globale, avviando una fase di “deglobalizzazione”. Questa l’opinione di Alessandro Tentori, Chief Investment Officer di Axa IM Italia, che di seguito spiega la propria view.

Secondo le stime dell’Organizzazione mondiale del commercio, nel 2019 gli scambi mondiali di beni e servizi potrebbero frenare la loro crescita a un 2,6% contro il 3% messo a segno l’anno scorso e il 4,7% del 2017. In pratica quindi la crescita del commercio mondiale si è quasi dimezzata in appena due anni.

Ma il rallentamento degli scambi commerciali è stato solo uno dei due fenomeni di lungo periodo generati dalla crisi del 2008. L’altro è rappresentato dall’indebolimento delle democrazie liberali e dall’ascesa di leader populisti, come Donald Trump o Viktor Orban. Ma quanto sono destinati a pesare i populismi sull’economia mondiale e quanto rischiano di accelerare la fine di questo lunghissimo ciclo di espansione, portandoci in zona recessione? «Trattandosi di un fenomeno di portata potenzialmente secolare, è molto difficile trarre delle conclusioni dopo solo pochi decenni.

Una recessione economica è comunque un evento “normale”, quasi necessario nel contesto del modello economico capitalista, dove le aspettative e i target di profitto si scontrano con l’incertezza. L’intensità di una recessione, invece, è una funzione della struttura dei bilanci aziendali, cioè della sproporzione tra entrate variabili e passività fisse. A mio avviso, il fenomeno del “populismo” può innescare una recessione, specialmente se l’evento politico sfocia in un conflitto, ma non ha un peso determinante sull’intensità di una recessione.

Anche la frenata del commercio mondiale contribuisce a rallentare l’economia. Una recente analisi della Bce suggerisce una deviazione della crescita globale di un punto percentuale dalla stima di base – sottolinea ancora Tentori – cioè un Pil globale che scende da un 3,5% atteso al 2,5% nel prossimo biennio. Questo scenario risulta da una combinazione negativa di scambi commerciali e di sentiment globale. Detto ciò, rimane uno spiraglio di ottimismo legato alle elezioni presidenziali del 2020: il presidente Trump potrebbe non avere un forte incentivo a sperimentare schemi commerciali “innovativi”».

Uno sguardo all’Italia

Diamo infine uno sguardo all’Italia, dove da oltre un anno è al Governo una coalizione di partiti e movimenti populisti: avrà un influsso negativo sulla crescita dell’economia tricolore?

Lasciamo da parte il discorso politico per concentrarci sull’unico tema importante per il futuro del nostro Paese: la crescita potenziale. L’economia italiana ha un potenziale di crescita stimato dalla Commissione europea a +0,7% per il biennio 2019/2020, non lontano dalla media di +0,5% degli ultimi venti anni, ma purtroppo in grave ritardo rispetto alla media dell’Eurozona (+1,6%). Diversi sono i fattori che determinano questo risultato, dalla demografia agli investimenti in ricerca e sviluppo, dall’organizzazione industriale del Paese fino all’alto livello del debito pubblico, che potrebbe rappresentare un serio freno alla crescita economica nei prossimi anni. Indipendentemente dal colore politico, ogni Governo in carica dovrebbe lavorare sui fattori elencati sopra in modo da garantire una traiettoria sostenibile del debito pubblico italiano.

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