Ciclo mediatico vs ciclo economico

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di Gianluigi Raimondi 21 Maggio 2019 | 17:30

I negoziati commerciali sono importanti e possono causare volatilità, ma non devono guidare le strategie di portafoglio

Nelle ultime due settimane, le notizie in prima pagina hanno ancora una volta determinato la direzione dei mercati. Nei primi mesi dell’anno, la svolta accomodante delle principali banche centrali, l’adozione di misure di stimolo economico da parte delle Autorità cinesi e i segnali positivi inviati dall’amministrazione USA in merito ai negoziati commerciali avevano favorito il ritorno della propensione al rischio. Da due settimane, vale a dire da quando i negoziati sugli scambi commerciali hanno subito una brusca battuta d’arresto, i mercati sono in balia delle dichiarazioni ufficiali, dei rumori di sottofondo e degli editoriali. I due presidenti si parlano ancora? Gli Stati Uniti stanno aprendo un nuovo fronte di questa battaglia quando dichiarano l’“emergenza nazionale” nel settore telecomunicazioni? Di seguito la view di Erik Knutzen, Chief Investment Officer – Multi-Asset Class di Neuberger Berman.

Le questioni commerciali possono rivestire un’enorme rilevanza per l’economia globale. Come anticipavamo l’estate scorsa esponendo la nostra view di lungo termine, è probabile che negli anni a venire il nuovo e irritabile ordine globale sarà caratterizzato dalle critiche mosse alle istituzioni del capitalismo di mercato e del commercio globale Tuttavia, cercare di gestire i portafogli in base ai titoli di prima pagina è un compito che non ha alcuna speranza di successo, a prescindere dall’argomento, inclusi i negoziati commerciali.

Nell’attuale fase del ciclo è importante ricercare segnali di stress più vicini ai fondamentali dell’economia. L’investitore prudente presta più attenzione al ciclo economico che al ciclo mediatico. Quali sono le sensazioni dei consumatori e degli amministratori delegati? Qual è l’andamento delle condizioni finanziarie? Per le prospettive del secondo semestre, questi fattori possono dirci probabilmente di più rispetto alle ultime mosse giocate sullo scacchiere geopolitico.

Fiammata

Nelle view da noi espresse in questi primi mesi dell’anno, abbiamo sostenuto che gli investitori avessero reagito in modo eccessivo ai timori sulla crescita, sul finire del 2018, e che l’orientamento accomodante delle banche centrali, unitamente agli interventi di stimolo cinesi, li avrebbero persuasi a ritornare agli asset rischiosi.

Allo stesso tempo avvertivamo che i miglioramenti dei fondamentali, da noi attesi, difficilmente si sarebbero manifestati chiaramente prima del secondo semestre. Fino ad allora, i dati economici contrastanti e la modesta crescita degli utili avrebbero potuto benissimo generare delusioni e volatilità. È questo l’andamento delle dinamiche di fine ciclo. Il ritorno di “Riccioli d’Oro” non costituiva un motivo valido per essere compiacenti.

Come previsto, nel primo trimestre i mercati azionari hanno registrato un forte rialzo, nel quadro di una stagione degli utili non esattamente entusiasmante. Il rapporto prezzo/utili previsionale dell’S&P 500 Index è aumentato da circa 14 volte a 17 volte. Sebbene ritenessimo, come molti altri, che una nuova scaramuccia con l’Europa fosse più probabile di un deterioramento dei negoziati tra Cina e Stati Uniti, la minaccia di una fiammata sugli scambi commerciali è sempre rimasta un catalizzatore incombente per la presa di profitto degli investitori .

Per tutto quel periodo, i dati dei fondamentali sottostanti sono rimasti contraddittori. Il miglioramento dei segnali inviati dall’economia tedesca sono stati particolarmente rincuoranti, in particolare visti i timori che aleggiavano sulla crescita e sull’inflazione dell’Eurozona. L’importantissima performance della Cina rimane volatile, ma il fatto che le Autorità si siano dette pronte a intervenire è rassicurante. Il Giappone resta un anello debole della catena e questo desta preoccupazioni: stiamo attualmente conducendo delle analisi per individuare eventuali problemi di base nel Paese. Nel complesso, però, tutto ciò rientra nella nostra view, secondo la quale occorre aspettare il secondo semestre per una stabilizzazione dell’economia globale.

Opportunità di aumentare l’esposizione al rischio

Allo stesso tempo, ci soffermiamo sulle pagine economiche (anziché sulla prima pagina), analizziamo in lungo e in largo le nostre ricerche di settore, monitoriamo i dati e prestiamo grande attenzione alle parole dei dirigenti aziendali che incontriamo e con cui interagiamo ogni giorno, per cogliere qualunque segnale che possa mettere in discussione quella view.

Una forza persistente del dollaro statunitense, ad esempio, indicherebbe un problematico irrigidimento delle condizioni finanziarie globali. Un calo delle vendite potrebbe essere un primo segnale di stanchezza da parte dei consumatori. Un cambio di direzione nelle statistiche delle assunzioni potrebbe costituire il segnale premonitore di un calo di fiducia tra i CEO.

Fino ad allora, però, valuteremo i cali di fiducia derivanti dalle complicate dichiarazioni delle banche centrali o dalle controversie commerciali, come opportunità per aumentare con giudizio l’esposizione al rischio, puntando a posizionare i portafogli per beneficiare del miglioramento delle notizie economiche che potremmo osservare nei mesi a venire.

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