UK, potrebbero essere necessari fino a 10 anni per uscire definitivamente dall’UE

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di Gianluigi Raimondi 22 Maggio 2019 | 13:10

L’Europa dei 27 ha concesso una seconda estensione dell’articolo 50 fino al 31 ottobre 2019

L’estensione è flessibile e consente al Regno Unito di uscire dall’Unione anticipatamente, qualora fosse in grado di ratificare una bozza di accordo. La proroga, sebbene consenta di superare una situazione di stallo, comprimerà la durata del periodo di transizione proposto fino a dicembre 2020 e in questo lasso di tempo il Regno Unito e l’UE dovranno negoziare i loro rapporti futuri.

A seguito dell’estensione dell’articolo 50, la finestra di notifica del regime di autorizzazione temporanea (TPR) della Financial Conduct Authority (FCA), che consente alle società e ai fondi di investimento della European Economic Area (EEA) di continuare ad accedere al mercato del Regno Unito in assenza di accordi, è stata prorogata fino al 30 maggio.

Il governo ha annunciato che intende portare al Parlamento la proposta di legge sull’uscita dall’UE, in concomitanza con le elezioni del Parlamento Europeo. Ciò potrebbe portare a un aumento dell’incertezza politica interna nel Regno Unito e a potenziali ulteriori sfide per la leadership di Theresa May all’interno del partito conservatore.

“Secondo il nostro recente sondaggio “Brexometer”, il supporto al reporting regolamentare, la ristrutturazione dei fondi, l’analisi delle performance e dei rischi rimarranno probabilmente i servizi più richiesti nel dopo Brexit, mentre la domanda di servizi relativi alla transizione è leggermente scesa dal 14% del quarto trimestre 2018 al 7%” avverte Riccardo Lamanna, country head Italy di State Street Global Services.

“Nel quarto trimestre del 2018 l’Irlanda ha superato il Lussemburgo come sede più attraente per i gestori che desiderano espandere le loro attività cross-border e ha consolidato questa posizione nel primo trimestre di quest’anno – prosegue Lananna – e il 46% degli investitori ha citato l’Irlanda contro il 36% che ha citato il Lussemburgo, seguiti da Germania (27%), Regno Unito (24%) e Francia (16%)” .

Nel primo trimestre del 2019 si è poi registrato un leggero calo delle prospettive per l’utilizzo di sedi per i fondi cross-border, con il 35% degli investitori che prevede di utilizzarle di più nei prossimi tre-cinque anni, rispetto al 38% rilevato nel quarto trimestre 2018. Tuttavia, sempre in base al Brexometer, il numero di coloro che si aspettano di usarli “in misura significativamente maggiore” è cresciuto dal 9 al 14%.

Secondo la nostra ricerca “Supporting Your Multi-Market Growth Strategy: A UK Focus“, è inoltre probabile che i gestori espandano la loro presenza nel Regno Unito nei prossimi anni. I risultati mostrano che quasi un quarto (24%) degli investitori ritiene che un maggior numero di gestori europei cercherà di aprire sedi nel Regno Unito a seguito della Brexit.

L’unica cosa certa è che ci aspetta un cambiamento

“Le società di servizi finanziari stanno continuando a prepararsi per diversi scenari in termini politici, professionali e regolamentari e alcuni esperti del settore ritengono che potrebbero essere necessari fino a 10 anni affinché il Regno Unito possa uscire completamente dall’UE” conclude Lamanna.

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