Ripresa, più una promessa che una realtà

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di Redazione 25 Agosto 2009 | 13:30
I continui proclami a favore di un recupero delle borse e di una ripresa nel 2010, possono rischiare di illudere la gente e pompare inutilmente i listini senza i reali presupposti dati dai fondamentali. Il rischio potrebbe essere una nuova ricaduta.

Sebbene dalle nubi che hanno offuscato il panorama economico mondiale inizino ad intravedersi alcuni spiragli di luce, la ripresa è lungi dall’essere sostenibile, tanto che molti analisti l’hanno definita una ripresina, peraltro, nel nostro caso, più europea che italiana. Mentre il presidente della BCE Jean-Claude Trichet continua a dichiarare che il peggio è passato e molto resta da fare,  il numero uno della Federal Reserve Ben Bernanke gli fa eco dal Nuovo Continente affermando che le prospettive di crescita sono buone e che l’attività economica sembra migliorare.

Tutte parole cariche di buone speranze, che effettivamente venerdì 21 agosto hanno spinto le borse verso livelli mai raggiunti in questo 2009, sull’onda di un’euforia di una ripresa più basata su un ripristino della fiducia che sui fondamentali. Infatti, proprio oggi, è migliorata nettamente la fiducia dei consumatori Usa, che sale a 54,1 punti dai 47,4 del mese precedente. Il dato e’ migliore al consensus degli economisti stimato a 48 punti. Il miglioramento riflette certamente un ripristino dell’economia americana verso i livelli di benessere dei tempi che furono, non senza i continui incitamenti però del proprio governatore della banca centrale, oggi riconfermato da Obama. Non ci si scordi, in generale infatti, dei livelli di Pil previsti in contrazione quest’anno quasi al 6% in Italia, per non parlare del Regno Unito (-5,6%),Giappone (-6,5%), Germania (5,9%), Stati Uniti (-3,9%), e mediamente dell’Unione Europea (-4,7% annuo).

Non si ignori un tasso di disoccupazione, secondo le ultime stime, pari al 9,4% nell’Eurozona, al 7,4% in Italia, 7,7% in Germania, 6,2% Romania, 17% Estonia, 17,2% Lettonia, 15,8% Lituania, 18,1% Spagna, 9,5% Usa, 5,2% Giappone. Certo, si sono presi alcuni tra i Paesi con i tassi più alti, ma sintomatici della difficoltà mondiale attuale delle condizioni sul mercato del lavoro.

Su base annua, la produzione industriale americana si aggira attorno ad un calo del 13,1%, mentre quella manifatturiera attorno al 14,4%. In Eurolandia, invece, le ultime stime di giugno parlano di un decremento dell’attività industriale annua del 17%, mentre per quanto riguarda l’Europa a 27 si parla di un calo annuo del 15,6%. Certamente, ogni mese si registrano stime in miglioramento, indici in rialzo, a volte oltre a volte sotto le attese degli analisti, in un’altalena di dati dello zero virgola qualcosa in miglioramento, che dovrebbero far sperare nella fantomatica ripresa.

In tutta onestà, né per quest’anno né nella, ripetuta a perdifiato, ripresa del 2010 i fondamentali giustificheranno appunto una ripresa così come accennata dai banchieri centrali. I numeri potranno esser migliori delle ultime stime riportate, ma non in maniera significativa. Senza trascurare gli elevati debiti pubblici non solo italiano, ma anche degli Stati Uniti, o di diverse economie emergenti, con l’interrogativo di cosa potrebbe accadere quando i tassi d’interesse di riferimento torneranno a crescere, magari all’interno di politiche di exit strategy dalla crisi. A quel punto cosa faranno i governi già indebitati, aumenteranno ancora la pressione fiscale, già oltre il 50% in Austria e Belgio, il 62,3% in Danimarca, il 45% in Germania, il 46% in Irlanda, il 43% in Italia, il 52% nei Paesi Bassi, il 56,7% in Svezia, il 40% nel Regno Unito ed il 35% negli Stati Uniti?

In conclusione, se si è consci della non sostenibilità della ripresa, ma si è consci di una ripresina più fondata sull’ottimismo che sui dati macroeconomici, allora non si parli sempre di ripresa, perché i corsi borsistici spinti da sentimenti non sono razionali, e non v’è bisogno di nuove minibolle che spingano i mercati in continui saliscendi con i soldi degli altri. Il mercato immobiliare americano,  dovrebbe pur aver insegnato qualcosa, in fondo, visto che tutto è cominciato dalla crisi dei sub-prime, in cui la bolla era enorme e le banche non hanno esitato a concedere prestiti poco oculati a chiunque intendesse investire nel settore. Con la conseguenza ultima che tra bolle di sapone sgonfiate da un soffio di aria gelida, c’è chi è rimasto a terra con il tubetto vuoto.

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