India, i settori su cui puntare dopo le elezioni

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Avatar di Max Malandra 23 Maggio 2019 | 16:30

A cura di Nick Grace, Gestore di portafoglio azionario di Capital Group

Sebbene Modi non abbia ancora realizzato appieno le sue ambiziose promesse, gli investitori hanno riconosciuto i progressi compiuti: i titoli indiani hanno abbondantemente surclassato il benchmark dei mercati emergenti a partire da maggio 2014, malgrado le ondate di volatilità causate dalla crescita economica disomogenea e dalle oscillazioni dei prezzi petroliferi. E incideranno sul clima di fiducia che si respirerà nei mercati emergenti.

L’India è all’apice di una fase di cambiamento epocale ed è importante che venga preservato l’attuale slancio riformistico. L’operato di Modi è lodevole. Ha introdotto una legge fallimentare che sta costringendo le banche a riconoscere i crediti inesigibili più velocemente e un’imposta nazionale sulle vendite che ha soppiantato un’intricata ragnatela di tasse statali.

Non è mancato qualche rovescio della medaglia. La decisione improvvisa, presa a novembre 2016, di annullare l’86% della moneta in circolazione è stata molto impopolare. Il primo ministro era intenzionato a sradicare la corruzione per migliorare la sostenibilità di lungo termine delle imprese indiane e aumentare il gettito fiscale del paese. In ultima istanza, gli investitori devono prepararsi a un certo livello di volatilità se il potere del premier ne uscirà affievolito.

 

I settori in forte sviluppo

Prediligiamo le società che a nostro avviso beneficiano di catalizzatori specifici della crescita indipendentemente dall’esito delle elezioni. Come ad esempio Conglomerate Reliance Industries. Ha rivoluzionato il settore telecom indiano lanciando il suo servizio mobile Jio nel 2016. Jio vanta oggi una delle più grandi basi di abbonati dell’India (306 milioni di utenti). La sua diffusione ha promosso il consolidamento del settore confermando il ruolo dominante di Reliance, in un paese in cui l’utilizzo dei cellulari è destinato a crescere in maniera esponenziale.

L’India sta diventando un terreno di scontro per i colossi multinazionali e per le società locali e il governo è impegnato a disciplinare il commercio elettronico per tutelare le imprese locali e i consumatori indiani. Modi si è fatto fautore dell'”India digitale” e gli investimenti capitanati dagli Stati Uniti per raggiungere i consumatori indiani sono stati cospicui.

Amazon ha promesso di investire non meno di 5 miliardi di dollari. L’anno scorso, Walmart ha sborsato 16 miliardi di dollari per una partecipazione di maggioranza in Flipkart, una start-up di commercio elettronico indiana.

Il mercato retail del paese (che, in base a una definizione molto ampia, abbraccia ogni tipologia di merce dagli alimentari fino ai gioielli e all’abbigliamento) è valutato nell’ordine degli 800 miliardi di dollari. In base ai dati in nostro possesso, gran parte di questa cifra è rappresentata dai canali di vendita tradizionali come i negozi di quartiere e i mercati alimentari.

Società come Amazon, Walmart e Reliance stanno attuando strategie in grado di rivoluzionare i canali di distribuzione tradizionali, cambiando il modo in cui i beni di prima necessità e altre tipologie di articoli si spostano dalle fabbriche in cui vengono prodotti ai negozi locali.

Ciò potrebbe tradursi in prezzi più bassi, catene del valore più efficienti e meno sprechi, soprattutto nel ramo alimentare. Contribuendo a contenere l’inflazione (un problema storico dell’India) e a mantenere i tassi d’interesse su livelli più bassi.

I nostri analisti d’investimento restano ottimisti su alcune banche del settore privato, ossia HDFC e Kotak Mahindra. Sono istituti che hanno registrato una rapida crescita negli ultimi dieci anni, disponendo di team dirigenziali d’eccellenza e che adottano stringenti standard di erogazione dei prestiti. Ora che i prestiti inesigibili hanno portato al tracollo alcune banche statali e società di finanziamento non bancarie, queste due banche sembrano destinate ad accrescere le loro quote di mercato.

La nuova legge sulla bancarotta dovrebbe inoltre rafforzare il sistema creditizio e la governance societaria. Finora, sembra che siano stati compiuti dei passi in avanti. In base ai dati che abbiamo analizzato, i tempi medi di risoluzione dei crediti inesigibili si sono ridotti a 310 giorni, con un tasso medio di recupero del 49%. Prima dell’entrata in vigore della legge, ci volevano in media 10 anni e il tasso di recupero era del 22%.

Ciò lascia ben sperare per il settore bancario e per l’economia indiana nel suo complesso.

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