Brexit sì, Brexit no, Brexit forse…

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di Max Malandra 4 Giugno 2019 | 15:00

A cura di Notz Stucki

Il 23 giugno 2016 oltre 17 milioni di persone, pari al 51,9% dei voti, si sono espresse a favore dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Risale a questa storica data la nascita della parola ‘Brexit’, contrazione di ‘Britain exit’, una vera e propria rivoluzione democratica dai tempi molti lunghi. Il 13 luglio 2016, al premier uscente Cameron, subentra Theresa May.

In questi due anni durante i quali tra lunghe trattative all’interno del Governo, diviso tra ultraconservatori, conservatori moderati e liberali, bozze di accordi e una incombente crisi economica, nel Regno Unito si sono levate le proteste di chi inizia a dubitare sulla effettiva convenienza, in termini anche economici, dell’esito referendario. Il problema di base è che il Paese è sempre stato diviso a metà, una separazione storica tra gli elettori e i loro rappresentanti eletti, tra i maggiori partiti fortemente in disaccordo su come procedere e il continuare a prolungare la scadenza dell’uscita del Paese dall’UE.

Il 24 Maggio la Premier Theresa May ha annunciato le dimissioni e lascerà la leadership dei conservatori a partire dal 7 Giugno mentre rimarrà premier fino alla scelta del suo successore. Nonostante l’incertezza che grava sull’economia britannica, la disoccupazione rimane storicamente bassa, la crescita salariale è ancora positiva e l’inflazione è vicina al target della Bank of England.

Per ora la sterlina non ha reagito significativamente dopo le dimissioni di Theresa May, ciò significa che tale notizia era già stata scontata. Guardando al futuro, è probabile che la valuta rimanga volatile e soggetta a rischi di ribasso in reazione alle notizie sulla Brexit. Data la forte performance del Partito pro Brexit nelle elezioni del Parlamento Europeo e il sentimento anti-UE tra la base dei Tories, ci si aspetta che il nuovo leader prenda una linea più dura sulla Brexit.

La scelta per i legislatori e possibilmente per l’elettorato, potrebbe essere tra nessun accordo o nessuna Brexit. Per l’economia, la differenza tra questi due risultati potrebbe essere di circa il 7% del PIL entro il 2030. Nonostante lo scenario “no-deal” stia cominciando a riflettersi sui mercati, i rendimenti dei Gilt a 10 anni sono scesi a circa l’1%.

La situazione di incertezza sull’entrata in vigore dell’accordo Brexit ha però portato, in questi anni, molte grandi aziende ad abbandonare la City, poiché il paese rischiava di lasciare l’unione doganale con l’UE e ha fatto sì che molte banche e società finanziarie abbiano aperto nuove sedi o spostato il fulcro della loro attività in altri paesi europei, in modo da garantirsi piena operatività nel mercato europeo: Dublino, Lussemburgo, Francoforte e Parigi sono state le destinazioni più popolari. La possibile uscita dall’UE porterebbe il Presidente americano Trump a voler stringere accordi commerciali bilaterali con la Gran Bretagna.

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