Cina, primi segni di ripresa ma i dati restano deboli

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di Stefano Fossati 27 Agosto 2019 | 12:00

“Lo stimolo cinese mostra lentamente i suoi effetti, nonostante la resistenza che giunge ancora dalla ‘risistemazione’ nel settore finanziario cinese e dal conflitto commerciale, sempre più pesante. L’attività edilizia delle società immobiliari ha superato da circa un anno la fase di crisi, e ora cresce di nuovo con vigore. La domanda di acciaio e cemento cresce sensibilmente. La riduzione degli stock nel
settore automobilistico potrebbe portare nei prossimi mesi a nuovi aumenti della produzione. Allo stesso modo, dovrebbero aumentare anche gli investimenti infrastrutturali dei governi locali e regionali. Non possiamo però attenderci miracoli da questi ultimi: la situazione del finanziamento dei governi locali non lo consente (più). Alcuni indicatori appaiano al momento incoraggianti per il prossimo futuro; cionondimeno, il quadro attuale si presenta ancora in gran parte sotto pressione. Il quadro relativo ai consumatori è più differenziato, tuttavia, gli investimenti in beni di capitale restano debolissimi, il che stupisce appena se si considerano le incognite della guerra commerciale”. E’ l’analisi sullo stato dell’economia cinese del team Mercati Emergenti di Raiffeisen Capital Management.

Gli Stati Uniti considerano ufficialmente la Cina come un “manipolatore di valute”

All’inizio di agosto la banca centrale ha fissato il cambio per lo yuan per la prima volta dal 2008 oltre i 7 yuan per dollaro Usa, una quota importante soprattutto psicologicamente. Difficile valutare se si tratti dei primi segnali di una capitolazione della banca centrale di fronte alla pressione svalutativa o di un preciso colpo d’avvertimento di Pechino agli Usa. A differenza di quanto affermato da Trump nei “tweet” prontamente inviati, Pechino contrasta attivamente da tempo la svalutazione dello yuan. Vista così, la Cina manipola effettivamente da sempre la propria valuta, tuttavia, in una direzione completamente diversa da quella insinuata da Trump. Ciò considerato, è assurdo che Washington definisca ufficialmente la Cina “manipolatore di valuta” già nel giorno successivo allo sfondamento di quota 7. È possibile che questo travisamento dei fatti sia calcolato? Nell’era Trump, commentano gli esperti, è quasi impossibile valutare ciò in modo affidabile.

Si allargano le proteste a Hong Kong

Nel frattempo, le proteste a Hong Kong preoccupano ulteriormente il governo di Pechino. Queste erano originariamente indirizzate contro un nuovo accordo di estradizione tra Hong Kong e il continente cinese, ma sono ormai diventate un movimento generale di protesta nei confronti del governo di Hong Kong e di Pechino. Al momento non è possibile giudicare se e in che misura queste siano effettivamente attizzate da influenze occidentali occulte, come affermato dal governo cinese. In ogni caso arrivano – osservano gli analisti di Raiffeisen Capital Management – sicuramente nel momento meno opportuno per Pechino e, in particolare, per il presidente Xi. A luglio le azioni cinesi sono calate, all’unisono con il trend dei Paesi emergenti. I corsi sono arretrati tra l’1,5 e il 2% sia sulla terraferma che a Hong Kong.

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