“L’uomo in più” della Cina nella guerra dei dazi

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di Stefano Fossati 28 Agosto 2019 | 12:00

A cura di Aqa Capital

Antonio Pisapia: «Albè, tu giochi ancora catenaccio e contropiede!»
Il Molosso: «Antò, il Molosso con catenaccio e contropiede ha vinto due scudetti e tre coppe Italia!»

Dialogo tratto da L’uomo in più, film del 2001 diretto da Paolo Sorrentino

La Cina sembra seguire la strategia del Molosso: dopo essersi difesa con il catenaccio dai vari e ripetuti attacchi da parte del presidente Usa, Donald Trump, ora è passata al contropiede. Non è infatti Washington, questa volta, ad aver lanciato l’attacco. Pechino ha deciso di imporre nuove tariffe su 75 miliardi di dollari di beni statunitensi e di ripristinare i dazi sulle automobili americane. Le tariffe saranno comprese tra il 5% e il 10%, con una parte dei dazi che entrerà in vigore dal primo settembre e la seconda dal 15 dicembre. La Cina, inoltre, ha fatto sapere che un 25% di nuove tassazioni verrà imposto sui ricambi auto statunitensi. Il contropiede è partito in risposta alle minacce dell’inquilino della Casa Bianca, che di recente ha confermato di voler imporre il 10% di tariffe su ulteriori 300 milioni di dollari di merci made in China a partire da settembre. Immediata la ripercussione negativa sui mercati il 23 agosto dopo l’annuncio dell’offensiva cinese, con il prezzo del petrolio negli Stati Uniti che ha subito un brusco calo (Pechino, infatti, imporrà una tassa ad hoc anche sul greggio americano).

Il gigante asiatico ha tuttavia fatto sapere che spera “che Washington continuerà a seguire quanto è stato concordato durante il summit di Osaka fra Trump e il leader cinese Xi Jinping, per rimettersi in marcia verso un dialogo costruttivo, risolvere le differenze di vedute e lavorare duramente con la Cina ponendo fine alle tensioni commerciali tra i due Paesi”. La richiesta di proseguire comunque nelle trattative è stata apprezzata dal presidente degli Stati Uniti; durante il G7 dei giorni scorsi, l’inquilino della Casa Bianca ha fatto sapere che si tratta di uno “sviluppo positivo”, significa che “voglio raggiungere un accordo”.

Le delegazioni di Pechino e Washington si incontreranno per un nuovo round di colloqui all’inizio del mese prossimo, negli Stati Uniti. Ma qui, a differenza del film di Sorrentino, non ci sono scudetti e coppe in palio, e la partita non finirà fino a quando una delle due squadre sarà in svantaggio; serve un “pareggio” che vada bene sia a Trump che alla Cina.

Le rassicurazioni della Fed

A rasserenare l’umore delle borse ci ha provato il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, che ha parlato settimana scorsa al simposio delle banche centrali di Jackson Hole, in Wyoming. L’istituto “resta pronto a sostenere l’economia americana se il rallentamento globale, aggravato dalle ultime evoluzioni sul fronte del commercio e geopolitico, dovesse danneggiare la crescita Usa”, ha detto il numero uno della Fed. Ma ha anche precisato che “l’economia Usa ha continuato ad andare generalmente bene, sostenuta dalla spesa dei consumatori e la creazione di posti di lavoro ha rallentato rispetto al passo dello scorso anno ma resta al di sopra della crescita della forza lavoro. Mentre l’inflazione sembra muoversi in rialzo avvicinandosi al target del 2%”.

Dal Vecchio Continente sono arrivati nuovi dati macro: l’indice Ifo tedesco si è attestato a 94,3 punti ad agosto, il livello più basso dal novembre del 2012, in calo rispetto ai 95,7 punti di luglio e sotto le previsioni del consenso degli economisti contattati dal Wall Street Journal (95,1 punti). A pesare sull’indicatore che misura il clima dell’attività economica percepita dalle imprese sono il contesto di rallentamento economico internazionale e la guerra commerciale, che frenano le esportazioni tedesche.

Pubblicate anche le stime Ocse che evidenziano un rallentamento del Pil nell’area durante il secondo trimestre del 2019: l’aumento registrato è pari allo 0,5% contro il +0,6% del precedente trimestre. Tra i Paesi del G7 la crescita ha frenato nettamente nel Regno Unito (-0,2% dal +0,5% del primo trimestre) e in Germania (-0,1% da +0,4%). Il Pil è “sottotono” anche negli Usa e in Giappone (+0,5% e +0,4% da rispettivamente +0,8% e +0,7%), in Francia (+0,2% da +0,3%) e in Italia (0% contro il +0,1% precedente).

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