Azzerato il maggior rischio da ridenominazione del debito

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di Gaetano Evangelista 6 Settembre 2019 | 09:30

Come tutti sanno, gli operatori professionali sono soliti coprirsi dal rischio di insolvenza di un debitore, che abbia emesso titoli negoziabili, sottoscrivendo particolari “polizze” di assicurazione: note con il nome di Credit Default Swap (CDS).

Nella versione più diffusa a 5 anni, un CDS impone il pagamento di una somma di denaro, espressa in punti base, che dà diritto al sottoscrittore di ottenere dall’emittente il nominale garantito in caso di default del debitore.

Ad esempio, in questo momento si pagano appena 10.5 punti base, all’anno, per garantire per cinque anni una emissione da 10.000 euro di Bund tedeschi. Praticamente nulla. Per godere della stessa copertura con riferimento alle emissione del Tesoro di Atene, ad esempio, il premio da pagare supera i 250 punti base per coprire il medesimo ammontare nominale. In Italia il CDS a 5 anni, in dollari, oscilla attorno ai 110 punti base (pb).

Su questo fronte ad un certo punto è necessario compiere una puntualizzazione. Fino al 2014 i contratti vigenti garantivano il rischio formale di default: mancato pagamento di una quota capitale, o di un flusso (interessi) o mancato rimborso a scadenza. Con il crescere delle tendenze al ripudio del debito, mascherate da ventilate minacce di ridenominazione, è apparso evidente come i vecchi CDS fossero efficiente soltanto nella forma, non nella sostanza: un governo spagnolo avrebbe potuto rimborsare il debito, poniamo, in pesetas e non in euro; e apparire comunque formalmente solvente.

Il governo italiano avrebbe potuto decidere nottetempo di “uscire dall’euro” (sorvoliamo per amor di patria sull’estrema impraticabilità di questa decisione) e rimborsare a scadenza i detentori di BTP e CCT in lire, anziché in euro.

Per ovviare a questo inconveniente, l’ISDA nel 2014 ha autorizzato la negoziazione di una nuova famiglia di CDS: che coprono il sottoscrittore dal rischio di ridenominazione. Come è ovvio, questa estensione ha comportato l’aumento del prezzo da corrispondere. Nel momento in cui scriviamo, il CDS a 5 anni quota circa 150 punti base.

È evidente che fin quando questa eventualità risultava soltanto teorica – un esercizio accademico, un bluff da politici, uno spauracchio lanciato per tentare di guadagnare potere negoziale – la differenza fra i due contratti è risultata contenuta.

Con la pubblicazione del “contratto di governo”, a metà maggio 2018, viceversa, lo “spread fra gli swap” è decollata: raggiungendo in breve tempo livelli impressionanti: da meno di 30 punti base ad un picco di 132.5 punti base, il 29 maggio 2018; prima di ridimensionarsi, mantenendosi su livelli comunque alquanto elevati.

Come appare evidente dalla figura, lo spread da rischio di ridenominazione della valuta, ha oscillato stabilmente fra 75 e 100 punti base fino ad iniziare una picchiata a partire dalla fine della prima metà di giugno. Le elezioni europee erano state celebrate poche settimane prima, la coalizione di governo in Italia sembrava saldamente al suo posto; ma il mercato subodorava un cambio di regime.

Nel giro di un mese lo spread in questione è precipitato una prima volta ad una quarantina di punti base è risalito ad agosto in concomitanza con le intemperanze del “junior partner” della coalizione di governo, salvo scivolare da metà agosto in avanti.

Alla fine della seduta del 4 settembre, la differenza fra le quotazioni dei due CDS è tornata a 40 punti base. Il giorno successivo, sulla base di dati ancora provvisori, anche questa asticella è stata abbattuta.

Il rischio che un governo in Italia disconosca la valuta di denominazione del debito, sta rientrando verso livelli fisiologici. Non sfugge a nessuno come questa dinamica riduca il costo del debito, a beneficio evidente di tutta la popolazione.

Di Gaetano Evangelista, ad, Age italia per ITForum.it

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