Asia, i segnali di rallentamento non devono spaventare

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di Stefano Fossati 12 Settembre 2019 | 13:00

Recentemente i mercati azionari asiatici hanno pubblicato dati economici deboli, alimentando le preoccupazioni di un possibile rallentamento, qualcosa che alcuni investitori potrebbero considerare come un campanello d’allarme.

Una visione così negativa potrebbe essere tuttavia esagerata, secondo Rajeev Eyunni, portfolio manager dell’Asia ex Japan Equity portfolio di AllianceBernstein. “Noi non pensiamo che la recente debolezza sia un campanello d’allarme per gli investitori. Mentre i mercati sono deboli a causa del rallentamento della crescita globale e delle preoccupazioni in ambito commerciale (entrambi rischi reali), i fondamentali economici sottostanti rimangono solidi. La crescita degli utili per la regione Asia ex Japan, è prevista ancora positiva per il 2019 (+3% la stima del consenso) e in accelerazione nel 2020 (consenso a +14%)”.

Nonostante ci si attenda una crescita degli utili delle aziende asiatiche più veloce della media globale sia nel 2019 che nel 2020, le valutazioni dei titoli azionari della regione sono ancora significativamente più economiche tra i mercati globali. Pertanto, la debolezza del mercato potrebbe in effetti essere positiva per gli investitori attivi, presentando un’opportunità per acquistare società con profitti solidi a valutazioni più economiche. “Anche in Asia lo spread di valore è a livelli massimi, dato che gli investitori si concentrano su titoli con una crescita di qualità, preoccupati dal contesto macroeconomico”, prosegue Eyunni. “Continuiamo comunque a trovare interessanti opportunità tra i leader del mercato che mostrano solidi trend operativi e che sono stati ingiustamente colpiti dalla recente fuga verso i titoli quality-growth”.

Occhi puntati sulla Cina

Tra i mercati asiatici, un importante ruolo è giocato dalla Cina, la cui economia sta cominciando a soffrire gli sviluppi delle tensioni commerciali con gli Usa. Date le continue pressioni legate alle dispute commerciali e le difficoltà ad arrivare a un accordo nel breve periodo, “ci aspettiamo un ulteriore accomodamento fiscale, monetario e del credito in Cina per supportare la crescita interna. Lo scorso venerdì, la Public Bank of China (PBoC) ha tagliato per la seconda volta quest’anno il Reserve Requirement Ratio (RRR) di 50 punti base al 12,5% rilasciando l’equivalente di 900 miliardi di renminbi (115 miliardi di euro) di liquidità”, puntualizza John Lin, portfolio manager China Equities di AllianceBernstein.

I movimenti del renminbi sono stati un ulteriore ostacolo. Secondo Lin, la combinazione di una crescita cinese più debole, di uno stimolo economico interno più contenuto rispetto alla recessione del 2015-2016 e dei rischi commerciali è stata importante nel determinare le oscillazioni nel valore del renminbi di quest’anno. “Anche se il recente deprezzamento rispetto al dollaro americano è stato al centro dell’attenzione degli investitori, noi crediamo che questa svalutazione fosse attesa da tempo, senza dimenticare che la volatilità della moneta cinese è stata meno pronunciata quest’anno rispetto ad altre valute, come l’euro o la sterlina britannica”.

Lin prevede che il tasso di cambio dollaro-renminbi possa stabilirsi intorno al 7,2 nel corso dell’attuale tregua, mentre, ipotizzando un’ulteriore escalation della guerra commerciale, il renminbi potrebbe indebolirsi fino a toccare un cambio a 7,5.

Nonostante il deprezzamento del renminbi e le crescenti pressioni macroeconomiche, le azioni A-onshore della Cina sono in realtà rimaste uno dei mercati azionari più performanti nell’anno corrente, anche in dollari, segnando guadagni del 23,7% (in base all’indice MSCI China A-onshore). “Continuiamo a favorire la Cina poiché vediamo maggiori opportunità in questa asset class, principalmente in particolari titoli che sono immuni dai timori commerciali come le azioni di società attive nei settori dei beni di consumo e delle infrastrutture che beneficiano del crescente stimolo economico”, conclude Lin.

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