Le possibili reazioni a catena sui mercati dopo l’attacco agli impianti petroliferi

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Avatar di Gianluigi Raimondi 16 Settembre 2019 | 13:00

A cura di Wings Partners Sim

Neanche il tempo di rilassarsi in forza delle news positive pervenute sul fronte geopolitico la scorsa settimana, con l’apparente allentamento delle tensioni commerciali tra Cina ed USA e l’intervento espansivo da parte della BCE (oggetto comunque nel week-end di un durissimo attacco da parte dei tedeschi che hanno ribattezzato l’uscente chairman della Banca Centrale “Conte Draghila” per la sua ostinazione nel perpetuare tassi negativi che ovviamente colpiscono la redditività della banche e per traslazione, quella dei risparmiatori) che un evento inatteso e di portata potenzialmente rilevante si abbatte sui mercati nel week-end con l’attacco portato dai ribelli yemeniti (dietro i quali ci sarebbe ovviamente l’Iran, almeno a parere di Trump) agli impianti della Saudi Aramco che, dobbiamo dirlo, si approssima al suo importante IPO sotto auspici ben poco favorevoli.

La rilevanza dell’evento è senza precedenti, e non solo per l’entità della produzione colpita (5,7 milioni di barili/gg pari al 5% dell’offerta globale) che va superare eventi simili nella storia passata, come lo stop degli impianti iracheni ed in Kuwait nel 1990 dopo l’attacco di Saddam o la perdita di produzione iraniana in occasione della rivoluzione islamica del 1979, ma anche e soprattutto perché rileva un’area di vulnerabilità inattesa nell’ambito della produzione di greggio a livello globale.

La reazione delle quotazioni è stata parimenti fulminea e senza precedenti, con il Brent che va a capitalizzare un rialzo intragiornaliero nell’ordine del 20% (il più ampio dal lancio del contratto nel 1988) seguito a ruota dai futures sulle benzine in USA in rialzo del 13% a tratti prima di consolidare con un apprezzamento comunque di poco inferiore al 9%, con effetti sul contratto europeo (Brent) decisamente più rilevanti rispetto all’omologo americano (WTI), che beneficia dell’ampia produzione interna al paese e dell’annunciato rilascio delle scorte strategiche statunitensi.

L’evento del week-end sembra brutalmente riaprire una fase di avverisone al rischio tra gli operatori, con le quotazioni dell’oro in vistoso rialzo sopra quota 1.500/oncia e le divise legate al greggio parimenti supportate, tra cui vanno giustamente menzionati dollaro canadese e corona norvegese. Sempre in tema di valute, in un contesto in cui il cross euro/usd rimane sostanzialmente stazionario poco sotto quota 1,11 da rilevare il consolidamento rialzista della sterlina inglese ora non troppo lontana da quota 1,25 contro usd malgrado la reiterazione da parte del premier britannico della scadenza ultima per la Brexit ad Halloween, anche se c’è la sensazione che l’imminente incontro tra BoJo e Juncker possa in qualche modo sbloccare l’impasse attuale.

Un potenziale evento, quello di uno schock rialzista nei prezzi del greggio, che genera ovviamente preoccupzione in un momento di estrema vulnerabilità delle economie globali dopo oltre 1 anno di guerre commerciali e dazi incrociati; se in USA le vendite al dettaglio “core” deludono venerdì con un consuntivo per il mese di agosto pari allo 0,0% di incremento, in Cina questa mattina i dati sulla produzione industriale (+4,4% rispetto all’anno passato contro il 5,2% atteso) registrano la crescita più debole a far data dal 2002, con oltretutto anche vendite al dettaglio (7,5% contro 7,9% atteso) ed investimenti in capitale fisso al di sotto delle proiezioni.

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