Dalla Fed alla Bce, cresce il dissenso contro il taglio dei tassi

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Avatar di Stefano Fossati 19 Settembre 2019 | 12:30

“Bisogna ammettere che l’attesa per l’esito della decisione della Fed ieri sera si era progressivamente caricata di aspettative, soprattutto alla luce della recente tensione sui tassi Repo (ricordo che la Fed è intervenuta sul mercato, dopo oltre un decennio, per incrementare la liquidità) tanto da indurre alcuni analisti a prevedere la ripresa di un programma di Qe da parte della banca centrale americana (BofA ieri suggeriva la necessità di un iniziale acquisto pari a 250 miliardi di dollari sul mercato secondario seguito da un programma di asset purchase da 150 miliardi di dollari all’anno). Nulla di tutto ciò si è verificato, e anzi la consegna dell’ampiamente scontato taglio ‘preventivo’ di 25 punti base è stata accompagnata da toni decisamente meno accomodanti del previsto; non solo un dissenso record tra i votanti al Fomc (tre i dissenzienti, di cui due contro il taglio ai tassi ed uno invece propenso ad un taglio di 50 punti base) ma anche visioni all’interno del comitato particolarmente eterogenee, con 5 membri dell’opinione che i tassi a fine anno dovrebbero essere superiori a quelli attuali, 5 che reputano l’attuale livello del costo del denaro equilibrato, 7 invece propensi a un ulteriore taglio di 25 punti base entro dicembre”. E’ l’opinione degli analisti di Wings Partners Sim sulle misure annunciate ieri dalla Fed.

Inutile dire come Trump non abbia manifestato particolare gradimento per la posizione della banca centrale, specie alla luce di quanto fatto poc’anzi dalla Bce che, oltre ad addentrarsi ulteriormente nel magico mondo dei tassi negativi, ha ripreso un programma di Qe formalmente abbandonato solo 9 mesi fa, e con un bilancio della Bce che non si è mai significativamente ridotto rispetto ai quasi 5 trilioni di euro toccati in conclusione del programma di allentamento quantitativo precedente.

Eppure anche in ambiente europeo, sottolineano in Wings Partners, i dissensi non sono mancati, “anzi potremmo dire che l’ultima decisione di Draghi è stata probabilmente la più contrastata nel corso della sua lunga reggenza di 8 anni; tra i maggiori detrattori della decisione proprio i tedeschi, e questo teoricamente dovrebbe sorprendere perché è proprio l’economia tedesca che versa in una situazione particolarmente critica, con elevate probabilità recessive anche senza tenere conto di una incognita, oggi concreta come non mai, quale una hard-brexit”.

Perché tanto livore quindi? “Beh semplicemente perché la cura proposta dalla banca centrale potrebbe facilmente essere peggiore della malattia; difficile che un ulteriore taglio ai tassi di 10 punti base possa significativamente stimolare l’economia, mentre di contro, mette ulteriormente sotto pressione le banche (malgrado il sistema di tiering a loro difesa) soprattutto quando gli stessi tedeschi hanno manifestato l’intenzione di vietare l’applicazione di tassi negativi sui conti correnti, e non stupisce visto che la Germania è il paese più risparmiatore in Europa (circa il doppio della media delle altre economie europee). Insomma la strada per la Lagarde appare molto impervia…”.

Prese di beneficio sull’oro, correzione sul petrolio

La riunione della Fed di ieri, notano gli analisti di Wings Partners, anticipa una serie di riunioni di banche centrali mondiali, con la BoJ che ha lasciato nella notte immutata l’attuale politica di stimolo monetario, il Brasile che ha tagliato i tassi di 50 punti base al 5,5% e le riunioni odierne di BoE, Svizzera, Sud Africa e Norvegia. Nel frattempo i dati macro americani, quasi a dare ragione alla cautela espressa da Powell in conferenza stampa, continuano a mostrare robustezza, con l’inattesa e rilevante reazione ieri mostrata dai dati su nuovi cantieri e permessi edilizi in agosto.

L’inaspettata fermezza della Fed favorisce ieri il dollaro e di contro innesca prese di beneficio sull’oro, scivolato sotto quota 1.500 dollari l’oncia; prosegue la fase correttiva sul petrolio che comunque su base settimanale continua a conservare un progresso nell’ordine del 6% e con una certa apprensione per i potenziali sviluppi sul fronte geopolitico, dato che l’Arabia Saudita pare aver presentato inconfutabili prove della responsabilità iraniana nell’attacco dello scorso week-end alimentando le minacce da parte di Trump di dure reazioni (“dastardly things”) verso il paese mediorientale.

Metalli non ferrosi in cerca di direzione, con il rame a cavallo di quota 5.800 dollari e il nickel che mette a segno una reazione rialzista nelle ultime ore secondo i più destinata a durare poco dato che dopo le fasi di short covering dei giorni passati, i fondi di investimento potrebbero presto tornare a caricare posizioni ribassiste in bilancio; la rinnovata esplosione della backwardation (ieri un picco a 125 dollari a tonnellata sul cash -3mesi prima di una chiusura a 105 dollari) potrebbe inoltre attirare flussi di materiale nei magazzini Lme dando quindi l’avvio a rinnovate pulsioni ribassiste.

Rilasciati i dati della ILZSG che mostrano nel periodo gennaio-luglio un deficit di offerta pari a 47.000 tonnellate per il piombo e di 106.000 tonnellate per lo zinco, in un contesto però in cui la produzione cinese di quest’ultimo sta mostrando progressi importanti (+18,9% su base annua in agosto a 528.000 tonnellate, il livello più elevato dal dicembre 2017).

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