Gli Stati seguiranno le orme delle banche centrali?

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Avatar di Stefano Fossati 25 Settembre 2019 | 09:30

A cura di Olivier De Berranger, Chief Investment Officer di La Financière de l’Echiquier

Azioni al massimo, morale degli investitori al minimo: come si spiega questa divergenza? Le tensioni geopolitiche, le preoccupazioni per la crescita globale, la recessione nel settore manifatturiero, gli utili aziendali che stentano a crescere quest’anno: ci sono molte ragioni che inducono al pessimismo sui mercati azionari. Eppure, gli indici americani o europei sono ai massimi storici (o quasi) se si considerano i dividendi pagati: l’S&P 500 è a 0,30% soltanto dal picco raggiunto il 26 giugno scorso mentre l’Euro Stoxx 50 si attesta ai massimi di sempre. A prima vista potrebbe sorprendere l’apparente scollamento tra economia reale e valorizzazione delle azioni. A guardarci bene però, ci sono degli ottimi motivi che spingono a vedere il bicchiere mezzo pieno e non mezzo vuoto.

In primo luogo, da qualche mese ormai si osserva un notevole allentamento nelle condizioni monetarie come dimostra la riunione del Consiglio direttivo della Fed la scorsa settimana in cui si è deciso di abbassare, per la seconda volta in due mesi, il tasso di riferimento di 25 punti base, senza precludere la possibilità di ulteriori tagli. Questa decisione, che era stata ampiamente anticipata, non ha avuto ripercussioni sui mercati. Tuttavia, non ha precedenti! Mentre l’inflazione è vicina all’obiettivo, la disoccupazione sfiora il minimo e la crescita si rivela corretta, la principale banca centrale mondiale abbassa i tassi! Il futuro legittimerà questa decisione? O la storia la condannerà? In ogni caso, le politiche monetarie globali sono quasi tutte accomodanti, i tassi sono molto bassi e la crescita globale si attesta a un livello medio – anche se rivista in leggero ribasso. Un contesto ideale, a priori, per le azioni.

Sotto la pressione poi dei governatori centrali, delle istituzioni internazionali e dei cittadini, la richiesta di incentivi fiscali sta diventando sempre più pressante per i governi. Di fronte alle crescenti disuguaglianze, alla sfida del riscaldamento globale e all’obsolescenza di alcune infrastrutture, le pressioni si moltiplicano. Alcune misure recenti sono un buon esempio della transizione in atto. Ricordiamo, innanzitutto, la Francia, dove la crisi dei Gilets Gialli aveva spinto lo scorso dicembre il Presidente Macron ad adottare misure che incrementavano il deficit pubblico. L’esempio più recente della Germania è sorprendente: il Paese ha appena annunciato un piano di spesa di 50 miliardi entro il 2025 per combattere le emissioni di CO2. In questo momento infuria a Berlino un dibattito per far saltare i limiti di bilancio e dall’altra parte dell’Atlantico sembra probabile che il presidente americano, che punta a essere rieletto, stia preparando nuove agevolazioni fiscali o un piano di spesa per compensare, tra l’altro, il rincaro di alcuni prodotti importati dalla Cina che sono stati impattati dai nuovi dazi doganali decisi dallo stesso presidente.

Infine, il taglio dei tassi e degli spread rende molto più interessanti i rendimenti azionari. Infatti, il combinato disposto tra dividendi e buyback offre un potenziale di distribuzione dei rendimenti ben più importante della maggior parte delle obbligazioni, siano corporate o titoli di Stato.

Le azioni continuano quindi a essere interessanti, nonostante i timori degli investitori e i rischi inerenti questo tipo di investimento. “Basta essere avidi quando gli altri hanno paura”, ammoniva Warren Buffet.

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