Quei Tremonti sono da cambiare

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Avatar di Redazione 16 Ottobre 2009 | 10:00
Uno degli strumenti di sostegno alla liquidità delle banche predisposti dal governo è il finanziamento tramite i cosiddetti “Tremonti bond”: l’emissione, da parte delle banche, di obbligazioni garantite e sottoscritte dallo stato con un tasso dell’8,25%.
di Fabrizio Tedeschi
 
In effetti il tasso è piuttosto elevato, tanto che ai sensi della normativa vigente, sarebbe quasi da considerarsi usuraio ove riferito a un contratto simile nella sostanza: i mutui decennali. E’ ovvio che quel tasso sia fuori mercato poiché lo strumento è esplicitamente rivolto a banche che non siano in grado di raccogliere capitali sul libero mercato neppure a interessi così alti. In breve, la sottoscrizione di quei bond è la dimostrazione che la banca non riesce a essere finanziata dagli investitori a un tasso pari o inferiore all’8,25%. 
 
Questo non significa necessariamente che quella banca sia in default. Semplicemente il sentiment del mercato ritiene che quella banca o non meriti di essere finanziata o debba pagare molto caro il premio al rischio, comunque superiore all’8,25%. 
Il mercato può anche sbagliare, ma è sempre un indice molto importante e, nel lungo termine, difficilmente tradisce. Ora è insorta la polemica in merito alla decisione di Intesa Sanpaolo di ricorrere al mercato, anziché di rifugiarsi tra le accoglienti braccia dello Stato. Il tasso dell’emissione è leggermente superiore a quello dei Tremonti bond (8,375%), ma le condizioni sono diverse. Si tratta di un “perpetual”, teoricamente un titolo “eterno”, quasi un’azione; con una clausola di “call”, vale a dire la possibilità di richiamare, quindi estinguere il titolo dopo i primi dieci anni. 
 
In più non pone i vincoli che l’adesione ai Tremonti bond richiede, quali gli obblighi di erogazione del credito. Se si rimane al dato numerico, il costo del bond di Intesa Sanpaolo è leggermente superiore, ma questo è il primo elemento di valutazione. In primo luogo gli interessi pagati ai Tremonti bond non sono deducibili e in questo modo, secondo le varie interpretazioni, si giunge a un costo effettivo tra il 12 e 16% (molto probabilmente la verità è più vicina al lato corto della forchetta). Si può ipotizzare che anche i bond di Intesa Sanpaolo non saranno deducibili stante la loro natura di “perpetual”. Qualora invece fossero deducibili, non si porrebbe il problema, tanto sarebbe evidente la differenza. Ma il vero costo è altrove.

L’articolo completo lo puoi trovare su Soldi,
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