L’attacco all’Arabia e gli effetti sul petrolio

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Avatar di Marco Caprotti 1 Ottobre 2019 | 17:45

Il mercato dovrà fare i conti con una carenza di petrolio? Dopo l’attacco del 14 settembre, l’Arabia Saudita ha perso circa 5,7 milioni di barili al giorno di capacità di produzione di oro nero. Detto in altre parole: più della metà della sua capacità e circa il 6% di quella mondiale. I ribelli Houthi dello Yemen hanno rivendicato gli attacchi con i droni. Ma gli Stati Uniti, in particolare il Segretario di stato, hanno messo in dubbio questa versione affermando che gli attacchi provenivano dall’Iran. Peraltro non è la prima volta che il petrolio deve fare i conti con raid di tipo militare. A giugno, ad esempio, ci sono stati attacchi a due petroliere in prossimità dello Stretto di Hormuz (rotta marittima della massima importanza del Golfo di Oman).

Nel raid sono stati danneggiati due importanti impianti petroliferi: Abqaiq (un complesso di trattamento del petrolio con una capacità di 7 milioni di barili al giorno) e un impianto di estrazione con una capacità di 1,2 milioni di barili al giorno nel campo di Khurais. L’attacco ha avuto effetto sulle quotazioni della materia prima. L’indice Morningstar Oil Commodity dal giorno dell’attacco (fino al 19 settembre e calcolato in dollari) ha guadagnato il 6,4% portando a +19% la performance da inizio anno.

Indice Morningstar Oil Commodity
oil commodity

Dati in dollari aggiornati al 19 settembre 2019
Fonte: Morningstar Direct

“I sauditi sono ottimisti sulla possibilità di ripristinare parzialmente la produzione nel giro di pochi giorni”, spiega Dave Meats, equity analyst di Morningstar. “Tuttavia, uno scenario più realistico indica settimane e forse mesi. Il potenziale impatto dell’attacco dipende dalla rapidità con cui le operazioni possono essere completamente ripristinate e dal fatto che il Regno o i suoi alleati, compresi gli Stati Uniti, decidano o meno di vendicarsi”.

Mancherà petrolio?

Non esiste un dato preciso sulle riserve saudite. Il Joint Organisations Data Initiative stima 188 milioni di barili al giorno di riserva. “Questo significa che può teoricamente mantenere i consumi interni e le esportazioni al livello precedente all’attacco per circa 37 giorni prima che ci sia una carenza”, dice l’analista. Se la capacità venisse ripristinata entro tale periodo, la disponibilità non sarebbe minacciata e il massimo impatto sull’offerta annuale sarebbe limitato a circa 0,5 milioni di barili al giorno. La perdita nelle scorte mondiali si tradurrebbe in circa due giorni di approvvigionamento, ovvero il 4% degli attuali stock Ocse. “Se quello fosse lo scenario, i prezzi potrebbero superare leggermente le nostre valutazioni per uno o due anni”, dice l’analista. “Ma la nostra prospettiva a lungo termine non cambierebbe. La soglia di prezzo per la qualità di petrolio West Texas che rende ancora profittevole l’attività di estrazione dello shale americano è fissata a 55 dollari al barile. Di conseguenza, i target price per la maggior parte delle aziende energetiche che copriamo con la nostra ricerca non aumenterebbero drammaticamente. Il grado di ogni cambiamento dipenderà dal livello di indebitamento”.

Se la capacità delle strutture non dovesse essere ripristinata prima che le scorte saudite si esauriscano, ci si potrebbe attendere una carenza persistente in tutto il mondo. “La capacità di produzione di greggio a livello globale è molto ridotta”, spiega Meats. “Questo significa che una diminuzione delle esportazioni saudite non può essere facilmente sostituita”.

Tra i paesi dell’Opec (il cartello dei produttori, ndr), solo l’Arabia Saudita, l’Iran e il Venezuela operano al di sotto della capacità. “Il blackout di Abqaiq impedisce sicuramente all’Arabia Saudita di aumentare la produzione, mentre gli altri due stati hanno un accesso limitato ai mercati internazionali a causa delle sanzioni statunitensi”, spiega l’analista. L’Iran avrebbe la capacità tecnica di aumentare rapidamente le sue esportazioni. Ma essendo additato come l’istigatore degli attacchi (almeno secondo i funzionari statunitensi) difficilmente potrebbe ottenere un ritiro delle sanzioni. Un rapido cambiamento in Venezuela è impossibile, dato che la produzione è crollata negli ultimi anni a causa della cattiva gestione cronica dell’industria petrolifera e dei disordini economici.

Gli Usa non bastano

Gli Stati Uniti avrebbero la capacità di aumentare la produzione in una certa misura. “Questo a condizione che i produttori – principalmente le società di scisto – vedano prezzi del greggio tali da giustificare una ripresa delle trivellazioni che è calata del 15% da inizio 2019”, dice l’analista. “In ogni caso, i produttori di shale oil impiegherebbero dai sei ai 12 mesi per iniziare a compensare le carenze globali, anche con un forte aumento dell’attività di perforazione”.

Secondo l’analista gli Stati Uniti, per agire rapidamente, potrebbero scegliere di usare la loro riserva di petrolio strategica (SPR, Strategic Petroleum Reserve), che contiene 645 milioni di barili e potrebbe essere messa sul mercato nel giro di un paio di settimane. “Questo potrebbe compensare la carenza saudita per 113 giorni, in teoria”, dice Meats. Ma c’è un problema. “La capacità degli Stati Uniti di esportare il greggio è già quasi al massimo, a seguito della rapida espansione del settore dello scisto negli ultimi anni. Pertanto, gli Stati Uniti potrebbero utilizzare l’SPR per coprire 630 barili al giorno dell’Arabia Saudita, ma ciò rappresenterebbe solo l’11% della perdita di capacità di Abqaiq”, dice l’analista. “Dato che il resto del mondo non può compensare completamente una carenza di approvvigionamento di questa portata, è fondamentale che l’Arabia Saudita ripristini rapidamente i volumi di produzione per evitare una grave crisi petrolifera globale. Gli investitori nel settore dell’energia dovrebbero essere consapevoli che potrebbe verificarsi un ulteriore aumento dei prezzi, in attesa che l’Arabia Saudita fornisca maggiori dettagli sull’entità del danno e sul programma di riparazione”.

A cura di Morningstar

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