Tassi bassi, gli effetti collaterali sui debiti societari

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di Stefano Fossati 14 Ottobre 2019 | 14:00

A cura di Giacomo Calef, country manager di Notz Stucki

Ormai siamo consapevoli del fatto che il contesto di rallentamento economico generalizzato abbia portato la banche centrali ad adottare delle misure accomodanti di politica monetaria, comportando di conseguenza l’abbassamento dei tassi di interesse del comparto obbligazionario fino allo zero o addirittura in territorio negativo. Ma questa situazione sta causando un effetto collaterale di non poco conto, ovvero l’accumulazione dei debiti delle aziende. A tal proposito, si veda nel grafico sottostante come l’ammontare di debito societario Usa sia incredibilmente cresciuto nell’ultimo decennio.

Pertanto i tassi di interesse vicino allo zero hanno portato molte imprese a emettere debito “a basso costo” sia per incentivare la propria attività imprenditoriale, sia per finanziare le operazioni di fusione e acquisizione. E quest’ultime, in particolar modo, richiedono l’impiego di una cospicua quantità di capitale. Inoltre, si ponga attenzione alle stime del Fondo Monetario Internazionale: in caso di forte contrazione dell’economia le imprese a rischio default potrebbero crollare, in quanto per restare a galla il loro debito salirebbe complessivamente a quota 19 miliardi di dollari e un ammontare simile equivale a circa il 40% del debito totale delle principali economie mondiali. Pertanto, il grande interrogativo che ci si deve porre è: le imprese già significativamente indebitate riusciranno a far fronte ad un peggioramento marcato dei dati economici? Al momento risulta difficile rispondere a questa domanda e la soluzione da trovare per orientarsi in un portafoglio di investimenti lo è altrettanto.

Si ricordi innanzitutto che sull’obbligazionario troviamo poco valore, quindi è necessario un attento lavoro di ricerca dei migliori strumenti e di implementazione delle più opportune strategie di investimento. Ad esempio si potrebbe andare su emissioni obbligazionarie Investment Grade con rating BBB, ma stando attenti a mantenere una duration bassa in modo da limitare l’impatto di un futuro rialzo dei tassi. Tuttavia, in considerazione dei costi da sostenere, questa soluzione non permette di ottenere dei rendimenti interessanti sul comparto Fixed Income, quindi si dovrebbe integrare con ulteriori soluzioni. Si possono trovare dei rendimenti interessanti nell’obbligazionario dei Paesi Emergenti, ma per questa asset class, data la complessità e le differenze che contraddistinguono le economie emergenti, sarebbe necessario affidarsi ad un team di gestione che possieda un’esperienza tale da identificare le aree con maggior valore e minori criticità.

Growth vs. value, l’eterna sfida

Quindi eccoci di nuovo con lo scontro infinito tra i titoli Growth e titoli Value. Entrambe le categorie di titoli danno la possibilità di accrescere il proprio patrimonio nel lungo periodo, con una differenza però: I primi sono generalmente più volatili e maggiormente soggetti a variazioni di prezzo consistenti. I secondi, invece, vantano una maggiore stabilità di prezzo nel tempo, quindi sono scelti dagli investitori in un’ottica difensiva.

Si osservi il grafico che rappresenta il rapporto tra l’indice Russell Growth e il Russell Value: quando aumenta significa che le azioni Growth perfomano meglio delle azioni Value, se invece diminuisce viceversa. Il caso in questione, si noti, mostra l’impressionante sovraperformance dei titoli Growth rispetto ai Value verificatasi indicativamente negli ultimi dieci anni. Ciò è avvenuto soprattutto per via della forte discesa dei tassi di interesse, che hanno dato un forte sostegno all’economia, favorendo soprattutto i settori ciclici. Infatti, le società classificate nella categoria Growth hanno complessivamente fatto un ottimo lavoro, aumentando costantemente i profitti e pagando cospicui dividendi agli azionisti grazie alla generazione di consistenti flussi di cassa. Tuttavia, la discesa dei tassi non rappresenta l’unico fattore che influisce sulla sovraperformance dei Growth. Si vedano i rendimenti dei titoli di stato Usa a 10 anni: oggi si trovano allo stesso livello rispetto al 2012, ma in quell’anno i Growth hanno largamente sovraperformato i Value, mentre di recente è accaduto il contrario. Tra agosto e settembre il rendimento dei Treasury Usa a 10 anni è sceso dal 2,01% all’1,66%, ma nonostante ciò l’indice azionario Russell Value ha performato meglio del Russell Growth per più dell’1%. L’interesse degli investitori per i titoli Value è dovuto al fatto che in molti casi le valutazioni in termini di prezzo su utili sono piuttosto allettanti e inoltre molte aziende sono state in grado di concentrarsi sulle attività maggiormente profittevoli, limitando i rischi e riducendo l’esposizione debitoria.

Ma in ogni caso, dato il contesto, sul comparto azionario sarebbe opportuna un’esposizione ben bilanciata: è importante non escludere sistematicamente i settori che durante questo decennio non hanno ottenuto grandi performance, poiché potrebbero rivelarsi delle opportunità da cogliere, e soprattutto selezionare con attenzione gli investimenti di lungo termine con grande potenziale di crescita. Riteniamo, infine, che un posizionamento estremo verso i Growth o verso i Value possa essere una scommessa pericolosa.

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