Private equity alla resa dei conti, gli investitori azionari sorridono

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di Stefano Fossati 31 Ottobre 2019 | 16:30

A cura di James Tierney, Cio Concentrated US Growth e Tiffany Hsia, Senior Research Analyst Select US Equity di AllianceBernstein

Negli ultimi mesi, le società finanziate privatamente hanno scoperto che i mercati azionari non staccheranno loro un assegno in bianco. La valutazione di WeWork è crollata dai 47 miliardi di dollari di inizio 2019 agli 8 miliardi messi sul piatto da Softbank la scorsa settimana, mentre le azioni di Uber Technologies e Lyft sono scese rispettivamente del 27% e 39% dal loro sbarco in borsa a inizio anno. “I recenti fallimenti segnalano il ritorno a una dose di buon senso nel mercato delle Ipo” ha scritto recentemente il Financial Times.

Potremmo essere quindi alla resa dei conti per il private equity. Storicamente, le società che facevano affidamento ai finanziamenti privati per avviarsi sceglievano spesso di diventare pubbliche in una fase relativamente precoce del loro ciclo di vita e per accedere al mercato dovevano mostrare un modello di business collaudato e redditizio. La bolla delle dotcom rappresenta un’eccezione alla regola più che la norma.

La raccolta record del private equity ha modificato gli incentivi. Negli ultimi anni, con tutti i capitali facilmente disponibili per le aziende private, in molti hanno deciso di tardare la quotazione per evitare parte delle indagini alle quali sono sottoposte le società pubbliche, inclusa la necessità di presentare un profitto. Dato il surplus di capitale privato e la scarsità di opzioni di investimento, tuttavia, valutazioni e condizioni nei mercati private potrebbero essere sulla via del surriscaldamento.

Misurare l’impatto di un ridimensionamento del private equity

Si stanno iniziando a vedere crepe su più fronti. Oltre ai flop delle Ipo, società private come WeWork e Juul hanno perso molto del loro valore rispetto alle loro valutazioni più recenti e aziende che ancora presentano ingenti perdite dovranno raccogliere ulteriori capitali solo per rimanere in attività. Le implicazioni di ciò sono complesse, ma vale la pena seguire queste dinamiche. Un ridimensionamento del private equity potrebbe avere tre effetti.

– Una concorrenza più razionale: il flusso di capitale privato ha permesso a business improduttivi di rimanere finanziati per un periodo di incubazione più lungo del normale, alterando così il panorama competitivo e annullando l’inflazione. Se Uber sovvenziona ogni corsa perdendo 1 miliardo di dollari l’anno, i servizi di taxi tradizionali vengono spremuti e i passeggeri pagano un prezzo inferiore al reale costo del servizio. In un private equity crunch i modelli di business non sostenibili non sarebbero più tollerati e i rivali con vantaggi competitivi reali ne beneficerebbero. Tra questi, secondo noi, le società tech in quanto in molte non hanno potuto competere a pieno contro i competitor privati a causa dell’occhio vigile dei loro azionisti pubblici.

– Il miglioramento delle politiche di governance: la debacle di WeWork ha acceso i riflettori sull’importanza della corporate governance, capace di far perdere agli investitori l’appetito per il colosso del co-working. A nostro parere gli investitori pubblici dovrebbero sempre chiedersi se vogliono entrare in affari con le persone che dirigono un’attività interessante. Il ridimensionamento del private equity sta accendendo una luce che obbligherà le società a guardare bene alla propria governance prima di cercare finanziamenti pubblici o privati.

– Più opportunità per investitori pubblici: la razionalizzazione dei capitali privati comporterà una maggiore richiesta di finanziamenti da parte di società in forte crescita. Crediamo che questo possa garantire opportunità interessanti da cogliere su aziende nelle prime fasi del loro ciclo di vita, considerando che i cosiddetti unicorni, società private dal valore minimo di 1 miliardo di dollari, diventeranno accessibili ai fondi azionari pubblici. Questo metterà a disposizione degli investitori i guadagni normalmente associati alla solida fase di crescita delle società più giovani.
Ordine e disciplina tornano di moda. Nell’ultimo decennio, gli investitori private hanno tollerato attitudini indulgenti alla redditività perché in un contesto a tassi bassi, i mercati sono stati inondati di capitali. Le aziende sono state incoraggiate a inseguire la crescita a tutti i costi, nella speranza di ottenere sempre più finanziamenti. Ora però si dovranno adattare a controlli più rigidi e i vincitori cominceranno ad emergere dal gruppo. Nel tempo, gli investitori azionari che si sono focalizzati su modelli di business sostenibili e sulla crescita degli utili dovrebbero essere ricompensati per la loro disciplina.

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