Vince ancora la scusa “erario”

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di Marcella Persola 2 Novembre 2009 | 14:30
Mancava poco alla vittoria che avrebbe messo fine allo svantaggio dei fondi comuni italiani. E invece è tutto da rifare. L’emendamento presentato dalla senatrice del Pdl Anna Cinzia Bonfrisco (nella foto) al decreto legge n. 1784 è stato ritirato.

di Marcella Persola

l ddl, in particolare l’art. 14 la cui conversione è ancora in corso, che ha riscritto l’art 10 ter della legge 77/1983, aveva la finalità di risolvere la procedura di infrazione avviata dalla Commissione Europea a causa del diverso trattamento fiscale applicato in Italia ai fondi esteri non armonizzati e a quelli armonizzati.
In pratica ai proventi derivanti da fondi esteri non armonizzati si applicava sempre la ritenuta del 12,50% a titolo di acconto, mentre per quelli armonizzati la ritenuta era a titolo di acconto solo per i proventi conseguiti nell’esercizio di imprese commerciali.
Secondo la Commissione Europea questa disparità di trattamento violava il principio della libera circolazione di capitale. Ma questo aspetto è stato risolto con l’equiparazione dei fondi armonizzati e non alla ritenuta del 12,5%.
L’aspetto che invece resta ancora da chiarire è perché l’emendamento della senatrice Bonfrisco costituito da 27 commi sia stato ritirato. In particolare nell’emendamento oltre a confermare l’equiparazione tra fondi non armonizzati e armonizzati si introduceva la modifica del regime dei fondi storici, ponendo fine a quello che l’industry ha sempre considerato un notevole svantaggio per i fondi comuni italiani equiparando il regime di tassazione delle due tipologie di fondi. L’attuale regime prevede infatti che la tassazione dei fondi comuni italiani sia in capo al fondo del 12,5% sul rendimento positivo ottenuto ogni anno.
In tal caso l’investitore non deve porre in essere alcun adempimento fiscale perché le imposte sono prelevate direttamente a monte dal fondo.
Mentre per i fondi esteri la tassazione in capo al risparmiatore è applicata solo al momento dell’incasso del provento.
L’emendamento voleva porre fine a questo svantaggio, prevedendo un passaggio dal un sistema di “tassazione sul maturato” ad un sistema di “tassazione sul realizzato”. Un passaggio che sarebbe secondo alcuni fiscalisti costato caro alle casse dell’erario, motivo per cui l’emendamento è stato ritirato. «È ipotizzabile che il ministro abbia valutato che ci sarebbe stato un consistente buco di gettito per i primi anni» ci confida un noto fiscalista.
E quindi si è voluto tornare indietro.
O meglio cambiare tutto per non cambiare niente. Dando la colpa ai difficili introiti dell’erario. Anche se più volte l’associazione del risparmio gestito Assogestioni ha rivendicato le difficoltà dell’industry e ha anche avanzato una proposta che non avrebbe avuto un effetto negativo, almeno secondo l’associazione, sui conti dello Stato. Ma la richiesta è passata ancora una volta inosservata.

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