Il commercio non è un gioco a somma zero

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di Stefano Fossati 5 Novembre 2019 | 17:30

A cura di Matteo Ramenghi, Chief Investment Officer di Ubs WM Italy

Per i mercati, gli ultimi due anni sono stati caratterizzati dal rischio politico nel mondo occidentale; in questo quadro il protezionismo rappresenta certamente il rischio più rilevante per l’economia globale.

Occorre chiarire due aspetti: da una parte il commercio globale era già in stallo prima che Trump inasprisse le relazioni con la Cina (gli scambi internazionali arrancano dal 2011), dall’altra la stessa Cina ha più volte dichiarato che la prossima fase di crescita sarà rivolta alla domanda interna, con l’effetto probabile di ridurre gli squilibri commerciali. In effetti, la Cina rappresenta sempre di più un mercato di sbocco per le società occidentali.

La ragione dello stallo del commercio internazionale è soprattutto da ricercarsi nell’evoluzione tecnologica. A partire dagli anni ‘90, la globalizzazione ha portato a catene produttive molto lunghe ed estremamente efficienti. Tuttavia, la robotica riduce i costi di produzione anche nelle economie avanzate rendendole nuovamente competitive. In aggiunta, il commercio di alcuni beni e servizi talvolta viene stravolto dalla digitalizzazione: pensiamo ad esempio al caso della musica, che ormai viene prevalentemente scaricata da Internet. Questo ci fa ritenere che, probabilmente, il commercio globale, almeno come viene inteso oggi, perderà peso nel futuro.

L’impatto dei dazi è negativo per tutti

Il Fondo Monetario Internazionale ha pubblicato il suo rapporto semestrale sulle prospettive economiche. La parte a nostro avviso più interessante riguarda l’analisi sull’impatto del protezionismo e sugli effetti della delocalizzazione della capacità produttiva delle multinazionali che cercano di contenere le ricadute del crescente protezionismo degli Stati Uniti. Evidentemente la conclusione è che l’impatto dei dazi è negativo sia per i paesi emergenti, che perdono tessuto industriale, che per i paesi importatori, in primis gli Stati Uniti. Non è una sorpresa ma un’ulteriore conferma che il protezionismo non è un «gioco a somma zero», come sembrano ritenere alcuni politici.

Il Fmi ha simulato l’impatto su Pil, consumi, investimenti e bilancia commerciale di una ipotetica rilocalizzazione di molte produzioni negli Stati Uniti, la zona euro e il Giappone per ridurre le importazioni soggette a dazi. I paesi importatori si troverebbero a soffrire una forte perdita di efficienza e un aumento dei costi che comporterebbe un aumento dell’inflazione e una riduzione dei margini delle aziende. Ciò creerebbe più danni che vantaggi e la simulazione del Fmi mostra una perdita di consumi, investimenti e Pil vicina al 2% in cinque anni nelle economie sviluppate.

Evidentemente l’impatto sarebbe ancora maggiore nei paesi esportatori, che vedrebbero una forte perdita di occupazione e di investimenti esteri, il che farebbe scendere i consumi, deteriorare la posizione fiscale spingendo potenzialmente le valute interessate verso la svalutazione. Ciò che lo studio non prende in considerazione sono le conseguenze sociopolitiche. Quante persone deciderebbero di emigrare per sfuggire alla povertà? Quanti regimi autocratici diverrebbero insostenibili in assenza della promessa di un rapido sviluppo economico? Quali sarebbero le conseguenze di medio termine di una possibile guerra valutaria?

Seppur con alcuni effetti collaterali e in particolare le crescenti disparità, la globalizzazione e l’integrazione delle catene produttive hanno prodotto effetti complessivamente positivi per l’economia mondiale. Invertire la rotta e fare un tuffo nel passato produrrebbe esiti negativi. In ogni caso, la rivoluzione tecnologia e la strategia cinese di sviluppare la domanda interna nel tempo ridurranno gli sbilanci commerciali anche in assenza di dazi.

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