Mercati ancora condizionati dalla guerra commerciale Usa-Cina

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Avatar di Stefano Fossati 11 Novembre 2019 | 18:30

A cura di Banca del Piemonte

I temi dominanti del mercato restano quelli degli ultimi giorni, ovvero il newsflow tendenzialmente positivo sul trade, e il tendenziale recedere del rischio recessione, che ha ricevuto ulteriori conferme dall’Ism Non Manufacturing Usa di ottobre.

Il dibattito sulla possibile “fase 1” dell’accordo Usa–Cina ha aggiunto un nuovo capitolo, con indiscrezioni secondo cui la Cina vorrebbe, in cambio della firma, non solo la cancellazione dell’imposizione dei dazi a dicembre, ma anche l’eliminazione dei recenti aumenti dal 25 al 30%, e dei nuovi dazi imposti a settembre. L’aspetto importante è che anche da parte Usa si starebbe ipotizzando la riduzione di quanto già disposto, per cui l’impressione è che effettivamente ambo le parti stiano prendendo in considerazione una riduzione reciproca dei dazi. Resta comunque bassa la probabilità di un accordo più ampio che vada oltre la “fase 1”.

Quadro macro e mercati

Sul fronte macro, in Cina registriamo un’elevata divergenza, giunta su livelli mai registrati, tra i due sondaggi a disposizione ovvero il Pmi Markit e quello uffciale dell’Nbs (National Bureau of Statistics). Se il report condotto da Markit ha mostrato il Pmi composite a ottobre in crescita di 0.1 a 52, con il manifatturiero (al nuovo massimo da febbraio 2017, con sottoindici New orders e Produzione a massimi pluriennali) che cresce marginalmente più dei servizi per la prima volta dalla seconda metà del 2017, di tutt’altro tenore sono apparsi i Pmi ufficiali del Nbs. Questi ultimi hanno costituito una doccia fredda per le attese di accelerazione economica. Il manifatturiero ed i servizi sono usciti in deciso calo soprattutto se paragonato a quella che è la normale volatilità della serie (assai bassa), con un messaggio equivalente ad un significativo rallentamento in ottobre.

Non troppo bene le revisioni dei Pmi servizi e composite Usa di ottobre. Il dato servizi ha perso 0.4 rispetto alla release flash, fermandosi a 50.6, ben poco sopra la soglia di stagnazione. Il risultato è stato che il dato composite ha perso 0.3 a 50.9. Il livello dell’attività dei servizi registrato da Markit è ai minimi da inizio 2016.

Tutt’altra musica sul più seguito Ism non manufacturing di ottobre (54.7 da prec 52.6 e vs attese per 53.5), che ha messo a segno un robusto rimbalzo dal livello di settembre, che aveva contribuito, insieme con l’omologo manifatturiero, ad alimentare i timori di brusco rallentamento dell’economia Usa. Tra i sottoindici, ulteriori segnali di rimbalzo, con il new orders +2.9 a 55.6, business activity + 1.8 a 57 e Employment +3.3 a 53.7.

Il Labour Market Report Usa della scorsa settimana è uscito molto più robusto delle attese con una creazione di nuovi posti di lavoro decisamente superiore alle previsioni degli analisti. Detto questo il report Ism, insieme al labour market, risulta difficilmente coerente con i venti di recessione che avevano soffiato sul mercato tra settembre e la prima metà di ottobre. Non essendoci particolare inflazione salariale questi dati non mettono neppure fretta alla Fed di stringere le condizioni monetarie con rialzi dei tassi imminenti. I numeri hanno ulteriormente accelerato la salita dei rendimenti treasury, e rafforzato il dollaro.

Concludendo, effettivamente i timori sul fronte macro e sulla disputa commerciale non si stanno materializzando e il mercato è sottopesato; il livello di pessimismo e il posizionamento difensivo raggiunto in autunno è piuttosto elevato ed è quindi a supporto del proseguimento del movimento.

Brexit ed earning season

Sul fronte Brexit i primi sondaggi mostrano un recupero sia dei Conservatori che dei Laburisti a spese degli altri partiti. Farage ha deciso di contrastare Johnson additando l’accordo appena raggiunto con l’Ue come una “non brexit”. Il fronte dei partiti disposti a rimanere nell’Unione al momento pare quindi indietro nelle preferenze proprio grazie alla presenza dell’accordo con Bruxelles. I partiti stanno inoltre approcciando la campagna elettorale con una serie di promesse di sgravi fiscali apparentemente impossibili da sostenere.

Venendo all’earning season negli Usa è possibile analizzare con maggior chiarezza il trend che si sta delineando visto che hanno riportato 436 aziende su 500. L’80% dei titoli ha battuto le stime di utili, in media di un 4.65% (Bloomberg), mentre il 58% ha battuto quelle di fatturato (in media di uno 0.5%). Nonostante le buone sorprese la crescita degli utili (Eps) resta però in territorio negativo nei confronti del terzo trimestre 2018 di un -1%, mentre il fatturato registra una crescita positiva del 3.5% sul medesimo periodo. La partita si gioca sul quarto trimestre dell’anno dove un’economia in leggera stabilizzazione, migliori condizioni finanziarie ed un dollaro meno forte potrebbe migliorare la situazione.

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