Class action poco made in Usa

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Matteo Chiamenti di Matteo Chiamenti 6 Novembre 2009 | 13:20
Il rapporto tra chi eroga un servizio e chi lo riceve non è sempre roseo. Quando si palesano mancanze da parte del primo elemento, il secondo si trova molto spesso in una posizione di impotenza, con buona pace delle credenze popolane de “il cliente ha sempre ragione”.

  Se ci si trova di fronte una realtà complessa, tentacolare, in grado di celare le proprie responsabilità dietro un’infinità di mosse scaricabarile vestite da attenzioni formali, la sfida si fa decisamente ostica e la frustrazione dell’italiano medio si fa largo nel nostro animo a colpi di rabbia. Ebbene, dal 1° gennaio 2010, le nostre coronarie potrebbero prendersi una bella rivincita; arriva la class action. Ma siamo sicuri di sapere cosa ci aspetta?
Tutela in stile americano con società costrette a mega rimborsi? Non proprio. Secondo il noto modello statunitense ogni danneggiato può agire e chiedere l’introduzione di un’azione collettiva al giudice, che è chiamato a decidere in primo luogo sulla sua ammissibilità, e solo successivamente a decidere sul merito, mentre in Italia la legittimazione ad agire è attribuita solamente alle associazioni dei consumatori, alle associazioni dei professionisti e alle camere di commercio, ma non ai singoli danneggiati. Ma entriamo nel dettaglio.
In base a quanto contenuto all’interno della legge 99 del 23 luglio 2009, promossa dal governo Berlusconi. L’azione tutela:
a) i diritti contrattuali di una pluralità di consumatori e utenti che versano nei confronti di una stessa impresa in situazione identica, inclusi i diritti relativi a contratti stipulati ai sensi degli articoli 1341 e 1342 del codice civile;
b) i diritti identici spettanti ai consumatori finali di un determinato prodotto nei confronti del relativo produttore, anche a prescindere da un diretto rapporto contrattuale;
c) i diritti identici al ristoro del pregiudizio derivante agli stessi consumatori e utenti da pratiche commerciali scorrette o da comportamenti anticoncorrenziali.
A corredo di questo aspetto vi è anche la mancanza della retroattività: nella pratica questa legge non si potrà applicare nei casi di tutti quei consumatori danneggiati dai vari crack finanziari di questi ultimi anni (come non citare Cirio e Parmalat). Ovviamente le associazioni di riferimento non l’hanno presa bene, con Adiconsum che ha tuonato: “Questa class action non è di alcuna utilità nell’accrescere la tutela dei consumatori contro le furbizie”. Aggiungendo poi: “riteniamo forte l’esigenza di apportare modifiche a questo testo se effettivamente si vuole dare uno strumento per risarcire le migliaia di consumatori vittime di truffe e raggiri”. Un rumore servito a poco. Insomma, tutela sì, ma non troppo e solo se tanti piccoli si uniscono in un’unica entità collettiva; per la serie un gigante lo abbatto con un altro gigante. Come ribadiva Massimiliano Dona (nella foto), segretario dell’Unione Nazionale Consumatori. “Un testo inutile, nel senso che è destinato a restare pressocchè inutilizzato: nessun consumatore darà l’avvio ad un’azione risarcitoria collettiva per le difficoltà tecniche, i costi e i rischi di una simile iniziativa”. Evidentemente, in Italia, il destino della “formica” non interessa a nessuno.

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