Il dollaro oggi e in prospettiva

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Avatar di Stefano Fossati 20 Novembre 2019 | 12:00

A cura di Matteo Ramenghi, Chief Investment Officer di Ubs WM Italy

Donald Trump ha partecipato la scorsa settimana all’Economic Club di New York, una prestigiosa organizzazione fondata nel 1907 per mettere a confronto personaggi illustri su temi di grande rilievo economico. I partecipanti si aspettavano che il suo intervento si concentrasse sulle trattative con la Cina riguardo ai dazi. Invece, Trump ha rinnovato, con il vigore che lo contraddistingue, l’invito alla Federal Reserve ad attuare politiche monetarie più espansive, anche per contenere la forza del dollaro.

In effetti, negli ultimi dieci anni il dollaro ha continuato ad apprezzarsi contro la gran parte delle valute. Il Dollar index, un indice che misura il valore del dollaro rispetto a un paniere di altre monete, ha infatti registrato una performance del 36% dal 2008. Questo vigore riflette la sua funzione di divisa globale e di bene rifugio.

Se prendiamo a riferimento le riserve monetarie delle principali banche centrali mondiali, oltre il 60% è costituito da dollari, contro circa il 20% di euro. A questo occorre aggiungere che gli Stati Uniti hanno anche un ruolo dominante sui mercati finanziari: il mercato statunitense rappresenta infatti il 40% del totale delle emissioni obbligazionarie e delle azioni emesse a livello mondiale.

Una recente analisi della Banca dei regolamenti internazionali ha mostrato che, su un totale di scambi di divise giornalieri pari a 6600 miliardi di dollari a livello mondiale, ben 5800 miliardi riguardano il dollaro.

Proprio questa funzione di bene rifugio fa sì che il dollaro tenda ad apprezzarsi nelle fasi d’incertezza geopolitica. Questo può creare una situazione bizzarra, perché il rischio di nuovi dazi e di crescenti tensioni con la Cina può portare a un apprezzamento del dollaro, cosa che Trump non vuole e che, almeno in parte, annullerebbe l’impatto dei nuovi dazi.

L’incognita del deficit Usa

Non è detto però che questo ruolo non possa cambiare in futuro. Innanzitutto, le politiche fiscali varate da Trump si sono rivelate più aggressive rispetto al passato, l’indebitamento pubblico è cresciuto rapidamente e l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali del prossimo anno potrebbe spingere ulteriormente il deficit. Un elevato indebitamento e un ingente deficit potrebbero portare a una fase di debolezza.

In aggiunta, il baricentro dell’economia globale si sta spostando verso la Cina, che sta aumentando la forza della propria economia, il proprio livello tecnologico e il suo peso geopolitico. A lungo termine, il renminbi potrebbe rivelarsi un concorrente per il dollaro, alimentando ulteriormente la rivalità tra le due superpotenze.

Per esempio, oggi la Cina è il principale importatore di petrolio e acquista prevalentemente dalla Russia, dall’Arabia Saudita e dall’Angola. La disponibilità di un grande esportatore di petrolio ad accettare il renminbi al posto del dollaro sarebbe un segnale molto rilevante. Le nuove tecnologie potrebbero poi rendere superflua la creazione di una moneta antagonista e, come suggerito dal Governatore della Bank of England Mark Carney, sarà possibile sfruttare le nuove opportunità per creare un sistema più efficiente e meno dipendente da un’unica valuta o da un paniere ristretto di divise.

Almeno per un po’ il dollaro manterrà la sua funzione e continuerà a beneficiare delle fasi di incertezza geopolitica. Continuiamo a considerarlo una valuta che tratta a premio sulla base dei fondamentali. Questo premio è dovuto proprio all’incertezza geopolitica, che potrebbe anche aumentare nei prossimi mesi. Proprio per questo, e in virtù dei tassi d’interesse più alti che offre, non abbiamo posizioni di sottopeso sul dollaro, sul quale però non consigliamo di detenere posizioni eccessive.

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