Salvate il soldato Tremonti dalle agenzie di rating

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di Redazione 10 Novembre 2009 | 11:00
Rode, eccome se rode, protestano romanamente dai corridoi umbertini del Tesoro a via XX settembre. Proprio non va giù il trattamento di favore che Standard & Poor’s, la più blasonata delle agenzie di rating, da troppi mesi ormai continua a riservare alla Gran Bretagna. Sorry, al United Kingdom of Great Britain and Ireland.

di Julia Giavi Langosco

Loro, in UK, ancora con AAA malgrado la prospettiva di un deficit di 175 miliardi di sterline, 193,5 miliardi di euro, un volume praticamente raddoppiato nel giro di un anno. A essere precisi, nel maggio scorso, accanto alla tripla A, S&P’s aveva aggiunto l’outlook, la previsione, “negativo”, da “stabile” che era in piedi da lustri con non poco vantaggio in termini di costo del denaro per i cancellieri dello scacchiere succedutisi nel tempo. Compreso l’attuale, Alistair Darling. Altro che outlook stabile, si ironizza in questi giorni al Tesoro, a Londra stanno molto peggio di noi. In effetti Darling aveva assicurato che entro Natale la recessione sarebbe finita, ma l’economia inglese è ancora languente in vari comparti.
E l’Italietta? Poco conta che figuri tra i primi otto Pil del mondo, gravata dal debito che le viene rinfacciato a ogni piè sospinto, sta sempre a penare con un rating gracilino. Quel A+ che relega i titoli di stato nostrani sullo stesso scaffale (basso) di paesi come il Portogallo, la Slovacchia, la Malaysia. Con anche Spagna (AA+) e Slovenia (AA) che figurano in migliore posizione.
Sì, proprio la Spagna che ha una disoccupazione vicina al 20% e quel lenzuolo della Slovenia, con i suoi 2 milioni di abitanti e 20 mila km quadrati, superficie obiettivamente modesta per quanto di bella natura e accogliente. E tutto questo perché? Chiaro, perché a Londra c’è la grande industria della finanza internazionale, allargano le braccia sconsolati al Mef. Sono in questo senso giorni particolarmente duri per l’entourage di Giulio Tremonti. Il ministro dell’economia è insidiato dai suoi stessi compagni d’armi, Mario Baldassarri in testa, che lo assillano con proposte di tagli fiscali su tutti i fronti. Misure di sostegno all’economia che a Francoforte, alla Banca centrale europea, vengono considerate oltre il limite della decenza monetaria. Se ce ne fosse bisogno, ci si è messo anche Lorenzo Bini Smaghi (nella foto), appunto in quota Board della Bce, a dire no allo strappo al rigore che rischiano di creare gli emendamenti anticrisi, sparati sulla finanziaria da Mario Baldassarri al Senato.
In occasione di una visita pastorale con varie soste nella sua Toscana, Bini Smaghi, si è fatto interprete del malumore con cui la Bce osserva anche le pur timide manovrine italiane di spesa o di riduzione delle tasse, con il debito che si porta sul groppone da decenni. Tra uno e l’altro della sequenza di discorsoni tenuti a Firenze, San Casciano Val di Pesa e Siena (completati da una imperdibile sosta romana tra amici al Bolognese di piazza del Popolo, con tanto di ossibuchi e bolliti autunnali), Bini Smaghi ha in sostanza ribadito un secco no, tu no, l’aumento del debito tu non te lo puoi permettere, al soldato Ryan. Alias, Giulio Tremonti, inchiodato in trincea a difesa dei conti pubblici, mentre Baldassarri e sodali continuano a premere per la cedolare secca sugli affitti al 20% e per il taglio dell’Irap per tutte le imprese con meno di 50 dipendenti. A proposito di Irap, lo sapevate che di 36 miliardi di gettito Irap, 14 sono partita di giro in quanto provenienti dalla pubblica amministrazione?
Ma torniamo al soldato Ryan e al ben altrimenti disinvolto Darling. Mentre Ryan-Tremonti resiste a ogni provocazione di spesa, cercando di rimandare qualunque decisione a dopo il 15 dicembre, data di chiusura dello scudo fiscale, proprio in forza del buon trattamento riservatogli da S&P’s, Darling annuncia un’ambiziosa riorganizzazione del sistema bancario britannico.
E soprattutto si può permettere il lusso di emettere nuovo debito per 300 miliardi di sterline di qui alla chiusura dell’esercizio fiscale in marzo 2010. E chi gli consiglierebbe di fare diversamente? Sono passati ormai sei mesi e accanto all’AAA del rating UK, la dicitura “negative” appare cristallizzata, senza che si materializzi un concreto downgrade. E dire che, sei mesi fa, fu proprio Darling ad annunciare con preoccupazione agli osservatori finanziari che il deficit pubblico del regno, a fine anno 2009 sarebbe diventato una voragine pari al 12,4% del Pil.
Un azzardo, quello delle nuove maxi-emissioni di debito sovrano britannico, che, se a osarlo fosse l’Italia, ci farebbero neri.

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