Il bull market dei Paesi emersi

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di Redazione 19 Novembre 2009 | 15:20
E che la ripresa sia in corso, al di là dei macrodati che vengono sparsi come il mangime per i piccioni qua e là, lo dicono le borse. I mercati finanziari, si sa, tendono ad anticipare gli eventi.

Ben Bernake (nella foto sotto), presidente della Federal Reserve, strilla: “Voglio un dollaro forte”. Gli americani, dopo essersi avvantaggiati di una sorta di svalutazione competitiva (come ai tempi della liretta) cominciano a rendersi conto che il dollaro non può rimanere ai minimi ancora per troppo tempo. Gli Stati Uniti premono per una rivalutazione dello yuan, la moneta cinese, che da oltre un anno è di fatto agganciato al dollaro. Con la Cina poi sono in atto da tempo tensioni sul commercio. Il viaggio di Barak Obama a Pechino si spiega soprattutto se letto in queste due chiavi. Ma non sarà solo Obama a dover chiedere. La Cina ha davanti un percorso inevitabile di metamorfosi socio-politica. E gli Usa sono un punto di riferimento mondiale troppo importante. La Cina fa parte degli “ex-paesi emergenti” che ormai sono diventati “paesi emersi” al pari dell’India e di tutto l’arcipelago che va dall’Asia e costeggia l’Africa fino all’America Latina. In passato eravamo abituati che la locomotiva mondiale avesse spesso la bandiera a stelle e strisce e qualche volta quella europea. Adesso il tempo è cambiato e i vagoni vengono trainati dai “paesi emersi”.

Nel frattempo il panorama mondiale continua a restare sostanzialmente immutato: facile oggi dire che l’oro e le altre commodities avrebbero continuato a salire e il dollaro a scendere o comunque a non rimbalzare (Soldi vi ha già spiegato i meccanismi nei numeri precedenti).

L’articolo completo lo puoi trovare su Soldi,
in edicola in questi giorni

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