La Cina oltre la guerra commerciale

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di Stefano Fossati 18 Dicembre 2019 | 12:30

“La principale fonte di volatilità nel 2019 è stato l’incessante flusso di notizie in merito alla guerra commerciale, e con molta probabilità continuerà a esserlo. Tuttavia, il nostro scenario di base prevede che un accordo di Fase 1 possa essere siglato abbastanza presto, poiché entrambi i presidenti hanno bisogno di una vittoria in questo momento. E sarebbe accolto con favore dagli investitori: in particolare, andrebbe a vantaggio dei mercati emergenti, che appaiono maggiormente influenzati dal commercio globale rispetto ai mercati sviluppati”. Così François Perrin, Head of Asia di East Capital, commenta gli ultimi sviluppi della guerra dei dazi che oppone Stati Uniti e Cina.

Secondo l’esperto, tuttavia, le imminenti elezioni presidenziali negli Stati Uniti complicheranno una qualsiasi versione più completa dell’accordo, “e chiaramente Pechino non accetterà nulla di meno rispetto a quanto ritiene di poter eventualmente strappare ai Democratici. Pertanto, prevediamo una totale risoluzione della guerra commerciale solo in uno scenario ottimista. Il punto chiave, tuttavia, è che il rischio di coda di un’ulteriore escalation è per ora notevolmente ridotto”.

Più in generale, aggiunge Perrin, “notiamo un rallentamento in Cina, in cui l’andamento del Pil dipende dai progressi nella guerra commerciale. Siamo leggermente preoccupati per i livelli di indebitamento: l’indebitamento delle famiglie dal 2012 è salito dal 30% al 60% del Pil, a fronte di un 50% in Europa e di un 75% negli Stati Uniti. Ciò significa che i prestiti delle famiglie al reddito disponibile nominale hanno raggiunto un allarmante 99,9% alla fine del 2018. È un fenomeno che continueremo a monitorare, ad ogni modo la Cina dovrebbe cavarsela”.

Nonostante il clamore sul piano commerciale, l’esperto di East Capital nota che è importante ricordare che solo il 20% del Pil della Cina è basato sulle esportazioni (di cui appena il 20% va agli Stati Uniti) rispetto al 40% dei consumi privati. “In quanto investitori azionari, riteniamo che quest’ultimo tema sia molto più stimolante e meglio sfruttato attraverso il mercato interno delle A-share. Notiamo anche come la Cina si stia avvicinando ai 2mila miliardi di dollari di vendite annuali mediante piattaforme ecommerce, ovvero oltre il 50% del totale globale. Pertanto, se il 7% nominale della crescita delle vendite al dettaglio anno su anno appare poco entusiasmante, le società di ecommerce in cui investiamo stanno godendo di una crescita del fatturato del 30% su base annua. Questo è un chiaro driver per la crescita degli utili e della performance complessiva del mercato cinese”.

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