Dalle tensioni in Medio Oriente un impatto moderato sui mercati

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Avatar di Stefano Fossati 9 Gennaio 2020 | 10:00

“Le tensioni tra Stati Uniti e Iran sembrano destinate a proseguire, ma il nostro scenario di riferimento non prevede un’escalation di rilievo, poiché i due Paesi non hanno interesse a scatenare un conflitto militare di più ampia portata. Pertanto, il recente attacco iraniano a una base statunitense in Iraq dovrebbe avere un impatto limitato e di breve durata sui mercati finanziari. Manteniamo il sovrappeso sulle azioni statunitensi e dei mercati emergenti e continuiamo ad aspettarci una stabilizzazione del greggio su livelli più bassi. Il recente aumento delle tensioni geopolitiche sottolinea l’importanza della diversificazione globale e rafforza la nostra convinzione che i beni rifugio, come l’oro e lo yen giapponese, possano aiutare ad abbassare la volatilità del portafoglio”. E’ l’opinione di Mark Haefele, Global Chief Investment Officer Wealth Management di Ubs. Di seguito la sua analisi sulle possibili conseguenze della crisi mediorientale sui mercati.

I fatti

Mercoledì l’esercito iraniano ha messo in atto la rappresaglia annunciata lanciando missili contro una base a gestione congiunta statunitense/irachena in Iraq. L’attacco, confermato dal governo americano, ha fatto seguito al raid aereo compiuto la scorsa settimana dagli Stati Uniti in Iraq, nel quale è stato ucciso il leader militare iraniano Qasem Soleimani. Le valute rifugio, ovvero lo yen giapponese e il franco svizzero, hanno registrato un rialzo, ma di modesta entità: entrambi sono saliti di non più di 50 punti base (pb), mentre il rendimento dei Treasury statunitensi a 10 anni è sceso a quasi l’1,70%, per poi riprendersi. Il greggio Wti e l’oro sono saliti rispettivamente del 5% e del 2,3%, prima di stabilizzarsi su livelli più bassi, e i mercati azionari asiatici hanno aperto in lieve calo.

I prossimi sviluppi

Poiché l’Iran aveva già annunciato rappresaglie, l’attacco missilistico non è giunto del tutto inatteso per i mercati. Non sono state segnalate vittime e questa circostanza, se confermata, potrebbe mitigare l’eventuale reazione statunitense. Riteniamo comunque probabile un qualche tipo di risposta da parte degli Stati Uniti, dato che il Presidente Trump ha già minacciato di colpire 52 bersagli in Iran in caso di ritorsioni di Teheran per l’uccisione di Soleimani. Inoltre, poiché l’Iran ha rivendicato gli attacchi, aumentano ulteriormente le probabilità di un intervento militare americano. La catena di ritorsioni potrebbe proseguire in base alla reazione della Casa Bianca, anche se l’Iran potrebbe considerare i propri attacchi commisurati al raid statunitense e astenersi quindi dall’intraprendere ulteriori azioni.

Tuttavia, i due Paesi non hanno interesse a perseguire un’ulteriore escalation e il nostro scenario di riferimento continua a escludere un conflitto militare di più ampia portata. Ci sembra significativo che l’Iran abbia reagito attaccando una base militare statunitense, anziché colpire siti che avrebbero avuto un impatto diretto sull’offerta di petrolio.

Le conseguenze per gli investitori

Il nostro scenario di riferimento, che non contempla un’escalation militare di rilievo, prevede un impatto limitato sull’economia e sugli utili globali. Manteniamo quindi il nostro sovrappeso sulle azioni globali e statunitensi. A meno che si verifichino gravi perturbazioni, ci sembra improbabile che le quotazioni del greggio possano mantenersi a lungo sui livelli attuali. La capacità disponibile nel settore petrolifero rimane adeguata, dato che quella dell’Opec e della Russia è di circa 3,3 milioni di barili al giorno. Inoltre, per quest’anno prevediamo ancora un eccesso di offerta di greggio (0,3 milioni di barili al giorno), in particolare nella prima metà del 2020; infatti, la crescita della produzione non Opec (da parte di Stati Uniti e Norvegia) dovrebbe superare il leggero aumento della domanda. Pur aspettandoci che i prezzi del petrolio scontino un premio al rischio più alto, a fronte della riacutizzazione delle tensioni tra Stati Uniti e Iran e delle potenziali misure ritorsive da parte di Teheran, ci sembra improbabile che le quotazioni del Brent possano mantenersi sopra 70 dollari il barile nella prima metà dell’anno, come è successo a settembre dopo l’attacco a una raffineria saudita.

Rimane essenziale diversificare i portafogli su scala globale. Gli investitori più restii a investire il capitale possono sfruttare l’attuale fase di volatilità relativamente bassa sui mercati delle opzioni attuando strategie mirate ad abbassare la volatilità dei portafogli o ad apportare protezione esplicita. Inoltre, è possibile assumere un’esposizione ai beni rifugio che vantano fondamentali robusti, come lo yen e l’oro. Per quanto riguarda il metallo giallo, la modesta crescita economica e il calo dei tassi d’interesse reali negli Stati Uniti riducono il costo opportunità legato a una posizione sull’oro. Dato che le quotazioni aurifere sono espresse in dollari, l’indebolimento del dollaro che ci aspettiamo per il 2020 dovrebbe favorire un rialzo dell’oro.

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