Tassi bassi, la cocaina dell’economia

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Avatar di Stefano Fossati 14 Gennaio 2020 | 10:00

A cura di Davide Chiantore, Head of Research di Abalone Suisse SA

Siamo a Lugano, in un freddo pomeriggio di gennaio. Sto parlando con un amico, un signore quarantenne che dopo molte peripezie in giro per il mondo ha deciso di stabilirsi definitivamente in quest’angolo della Svizzera perché, come dice lui, vuole “mettere un po’ di ordine alla sua vita e possibilmente farsi una famiglia”. Mi racconta che grazie alle sue esperienze internazionali è riuscito a trovare un lavoro al famosissimo Swiss National Supercomputing Center di Lugano, uno dei più importanti centri di calcolo scientifico al mondo. È molto soddisfatto di come stanno andando le cose e quindi ha deciso di fare il grande passo che non aveva mai fatto prima: comprarsi casa.

Mi racconta con entusiasmo che dopo lunghe ed estenuanti ricerche ha finalmente trovato la casa dei suoi sogni: una modernissima e lussuosissima villa con vista mozzafiato sul lago e sulla città dall’esorbitante costo di 6,75 milioni di franchi. Mi racconta che lui ovviamente tutti questi soldi non li ha ma molte banche offrono prestiti ipotecari con tassi vicini allo zero e per i primi 10 anni si deve soltanto pagare l’interesse senza nemmeno rimborsare il capitale. Mi spiega che dopo una decina d’anni si dovranno rinegoziare le condizioni di prestito ma come gli hanno spiegato i funzionari della banca “i tassi resteranno sicuramente molto bassi, probabilmente vicini o addirittura al di sotto di quelli attuali”.

Colto da un irrefrenabile entusiasmo finisce per confidarmi che di fatto a lui non interessa quanto gli sia costata la casa perché tanto “i soldi li ha messi in gran parte la banca” e quindi anche se gli avessero chiesto 10 milioni lui, la casa, l’avrebbe comprata lo stesso. D’interessi spende comunque di meno che se la casa l’avesse affittata. Quindi, dove sta il problema?

Pochi giorni prima mi trovavo nella sede di un’importante industria dolciaria ticinese. Il proprietario mi stava spiegando che nel loro business riescono ad avere una marginalità del 15% sui ricavi e visto che per fatturare 100 devono impiegare un capitale di circa 200 vuol dire che ogni 200 franchi investiti nell’attività si ricavano 100 franchi di fatturato ovvero 15 franchi di utile; in pratica la loro attività dolciaria rende il 7,5% annuo. Questo vuol dire che se i tassi d’interesse sono superiori al 7,5% non ha senso prendere in prestito denaro per investire nell’attività mentre se i tassi scendono sotto a questo livello il discorso cambia. Ed ecco che infatti in questi ultimi anni, grazie ai costi di finanziamento scesi sotto al 5%, hanno incominciato a indebitarsi sino ad arrivare ad avere un leverage effettivo che oggi si attesta nei dintorni del 300%: ogni 200 franchi investiti nell’attività ne hanno presi in prestito quasi 400 aggiuntivi, ne fatturano 300 e hanno un utile lordo di 45. Sarà pur vero che sono molto indebitati ma al netto dei costi di finanziamento sono arrivati ad avere una resa effettiva del capitale che oscilla fra il 15% ed il 20% annuo. Quindi, dove sta il problema?

Spesso sono proprio le cose certe e che non ci spaventano a doverci spaventare

Mark Twain diceva: non sono le cose che sappiamo a metterci in crisi. Sono le cose che crediamo di sapere. Il mio amico matematico, abbagliato dalla droga monetaria, non si è reso conto che i soldi spesi per comprare la casa sono i suoi e non della banca. Questa cifra vertiginosa è uscita dalle sue tasche fino all’ultimo centesimo perché lui, seppur a tassi d’interesse bassissimi, ha contratto un debito certo e reale nei confronti dell’istituto di credito; il tutto a fronte di un immobile il cui prezzo invece è totalmente fittizio, volubile e variabile nel tempo. Gli ho fatto notare che se la casa perdesse anche solo il 20% del suo valore lui a bilancio si ritroverebbe una perdita reale di 1.350.000 franchi (pari a circa 75 anni di stipendi medi di un suo connazionale italiano che vive e lavora a 30 km di distanza da Lugano). Discorso analogo per il maitre chocolatier: una banale perdita del 2,5% di marginalità o un calo del fatturato del 33% (o un mix delle due cose) costringerebbe la sua azienda a registrare un risultato netto negativo per tutte le attività avviate con prestiti.

In un sistema molto leveraggiato, passare dall’euforia alla depressione è un attimo

Le politiche monetarie di questi ultimi anni hanno favorito la diffusione di un altissimo leverage finanziario in tutti i settori dell’economia. Gli allentamenti delle banche centrali hanno portato a un grande aumento del debito e a uno slancio nella crescita economica mondiale. Oggi siamo arrivati ad uno stato quasi ottimale di autosostentamento stabile della crescita e non sembrano esserci nubi all’orizzonte (la bassissima volatilità dei mercati nel 2019 è un ottimo indicatore di questo Nirvana economico). Tuttavia non possiamo nascondere il fatto che c’è stato un graduale e considerevole aumento dei rischi, il sistema è fragile come non lo era mai stato prima d’ora.

Provate a immaginare cosa succederebbe se a fronte di una perdita del valore immobiliare della sua casa, al matematico di Lugano venisse richiesto dalla banca di rientrare di una parte del debito concesso. Probabilmente il matematico, preso alla sprovvista e anche un po’ spaventato, deciderebbe di ridurre il più possibile le spese personali superflue e quindi smetterebbe di comprare grandi scatole di cioccolatini svizzeri da regalare ad amici e parenti in Italia. A quel punto il maitre chocolatier inizierebbe a veder scende il fatturato e gli effetti sui conti dell’azienda sarebbero dirompenti perché gli utili calerebbero molto rapidamente a fronte di un debito che rimarrebbe invariato.

Per lo spavento deciderebbe di rimandare l’acquisto del bell’appartamento che valutava di comprare da tempo. E il mercato immobiliare, già alle prese con prezzi in discesa, ne risentirebbe. Nel frattempo i cioccolatini venduti sono sempre meno, il calo iniziale diventa un vero e proprio crollo e all’imprenditore non resta che iniziare a dismettere impianti e vendere capannoni e immobili deprimendo ancor di più il mercato immobiliare. È un disastro, è scoppiata la bolla. Questo scenario è molto simile a quello che si verificò verso la fine 2006 negli Usa con la famosa “crisi dei mutui subprime” che poco tempo dopo, nel 2008, culminò con il crollo dei mercati azionari di tutto il mondo.

Paradossalmente oggi il sistema economico ha dei livelli d’indebitamento e di leverage finanziario molto superiori a quanto non avesse nel 2006; per questo motivo in Abalone Suisse riteniamo che il driver principale da monitorare nel 2020 sarà l’operato delle principali banche centrali e quindi l’andamento dei tassi. In un momento di leverage elevato gli effetti delle politiche monetarie sono amplificati: l’impatto diretto sulla capacità delle imprese di rifinanziare le posizioni debitorie aperte è significativo, il Forex può avere aggiustamenti strutturali che incidono sui bilanci e sulla crescita economica di intere aree geografiche; inoltre un drenaggio di liquidità potrebbe far mancare la terra sotto ai piedi a grandi fasce di popolazione parecchio indebitate per l’acquisto di immobili in tutto il mondo e non solo in Svizzera.

Insomma, per quest’anno pensiamo sia utile ricordarsi di uno degli insegnamenti più saggi di Warren Buffet: “Non comprare cose che non ti servono con soldi che non hai altrimenti finirai per vendere ciò che ti serve”.

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