Titoli di Stato, oggi sono ancora un bene rifugio?

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di Stefano Fossati 10 Febbraio 2020 | 12:00

A cura di Giacomo Calef, Country manager di Notz Stucki

Per investire bisogna essere sempre consapevoli dei rischi da sopportare, ma spesso capita, nella fase di decisione dell’investimento, di perdersi nella stesura di lunghi elenchi delle potenziali minacce che potrebbero erodere il proprio capitale, finendo per poi non fare nulla e perdere delle opportunità. Oppure ci si lascia prendere dall’emozione, dando luogo a fenomeni come il panic buying o il panic selling, che spingono le quotazioni rispettivamente troppo in alto o troppo in basso.

È abbastanza comune sentirsi dire che le azioni sono rischiose e che sarebbe meglio allocare i propri risparmi in titoli di Stato (o comunque bond ad alto merito creditizio), in quanto rappresentano un rifugio. Questo è vero, ma fino ad un certo punto. È stato vero in passato e lo sarà anche in futuro, ma probabilmente non sempre e comunque. Infatti oggi prestare soldi agli Stati, talvolta, comporta letteralmente un costo da sostenere. Ad esempio i titoli di stato tedeschi o svizzeri, tra gli altri, sono fortemente rappresentativi di questo contesto, in quanto caratterizzati da rendimenti negativi anche sulle lunghe scadenze.

Pertanto, acquistare dei beni rifugio come i titoli di Stato non è detto che sia sempre una buona scelta di investimento. Tuttavia, in passato è sempre stata una buona decisione per gli investitori avversi al rischio che, almeno, avevano ottenuto un rendimento positivo. Ma è ancora così oggi? Un investitore in titoli obbligazionari potrà dormire sonni tranquilli sapendo che se i tassi di interesse, già negativi, dovessero salire porterebbero a delle cospicue perdite in conto capitale? Per esempio, se i rendimenti del Bund tedesco decennale (che questo mese è stato emesso a 102,50 euro) dovessero salire dal -0,38% attuale allo +0,50%, il suo valore potrebbe crollare del 9%. Pertanto, tale investimento a nostro avviso non è da considerarsi, ad oggi, come un valido bene rifugio.

Per concludere, potremmo dire che per coloro che sono disposti a sopportare la volatilità e a mantenere una visione di medio-lungo termine, le azioni sono sicuramente una buona scelta in questo momento. A titolo di esempio, per confortare chi teme una correzione, l’acquisto dell’S&P 500 al culmine di ottobre 2007 (a margine della crisi finanziaria) avrebbe generato un profitto totale del 174% circa ad oggi (8,5% annualizzato) e detenere un Treasury americano con scadenza a 20 anni avrebbe portato ad un guadagno del 98% circa (5,7% annualizzato). Ma adesso la situazione è ben diversa: a quel tempo il Treasury ventennale rendeva il 4,75%, mentre oggi siamo solo ad un modesto 1,6% circa. Inoltre, con l’ausilio di un gestore, è possibile proteggere parte del portafoglio (per esempio con opzioni Put).

Trimestrali Usa: sorprese positive, ma attenzione al coronavirus

Gli indici azionari mondiali che stanno ottenendo le migliori performance da inizio 2020 sono quelli americani e ciò è dovuto soprattutto alla pubblicazione dei risultati trimestrali di gran parte delle società quotate nell’S&P 500. Di queste, più della metà ha riportato dei profitti superiori alle stime per il quarto trimestre del 2019, infatti gli analisti hanno rivisto la loro stima di crescita degli utili, dal -1,6% al -0,3%.

Il dato sulla crescita dei profitti è quindi ancora negativo, ma è risultato agli occhi degli operatori sorprendentemente buono. In particolar modo, hanno ottenuto i risultati migliori quelle società americane focalizzate sul mercato interno, mentre quelle che esportano di più al di fuori dei confini americani hanno avuto delle difficoltà. Ciò prova come l’economia americana sia ancora solida e in quest’area, nonostante le valutazioni siano ai massimi storici, è ancora possibile ricercare valore per i propri investimenti.

Dal punto di vista settoriale, invece, per il quarto trimestre del 2019 l’Information Technology e i consumi discrezionali sono i settori che si sono mostrati più resilienti, invece tra quelli che hanno registrato dei dati deludenti abbiamo il settore industriale e quello dei materiali. Ma su tutti, si presti attenzione proprio a quello dell’Information Technology: al 31 dicembre 2019 gli analisti si attendevano un decremento dei profitti rispetto al trimestre precedente al -1,9%, ma ad oggi il tasso è andato in positivo, al +4,6%.

Tuttavia, si suggerisce estrema cautela nell’analizzare questi dati, poiché il nuovo fattore di rischio che è sopraggiunto nelle scorse settimane, il coronavirus, potrebbe far registrare dei risultati meno positivi per le prossime trimestrali. A tal proposito, si veda come molte società abbiano chiuso i propri esercizi commerciali in Cina a causa dell’epidemia. Starbucks, ad esempio, ha deciso di chiudere più della metà dei negozi in Cina, anticipando che a causa della sospensione delle attività i risultati economici del prossimo trimestre non saranno brillanti. Poi abbiamo Burberry, che in Cina ha attualmente chiuso 24 dei 64 store presenti, mentre i restanti rimangono aperti in fasce orarie molto ristrette.

Ma uno dei settori più colpiti probabilmente sarà quello dei trasporti aerei: British Airways, American Airlines e Deutsche Lufthansa sono alcune delle compagnie aeree che hanno preso provvedimenti cancellando i voli verso la Cina, in alcuni casi anche fino al mese di marzo. In ogni caso, i timori per la crescita economica cinese cominciano a farsi sentire anche da importanti istituzioni: per il 2020 Standard & Poor’s ha tagliato il tasso di crescita del Pil dal 5,7% al 5%, affermando che la maggior parte dell’impatto economico del coronavirus si farà sentire proprio nel primo trimestre.

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