Azioni giapponesi poco interessanti? Niente affatto: ecco perché

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di Stefano Fossati 11 Febbraio 2020 | 15:08

“In genere, la scelta di investire in Giappone non stimola reazioni entusiaste. Spesso i più refrattari giustificano la loro mancanza di interesse con argomenti macroeconomici di vario tipo. Quello che va per la maggiore è sicuramente il tema demografico. Perché mai investire in un paese con degli indicatori demografici che si deteriorano?”. A rispondere sono Louis D’arvieu, Etienne Guicherd e Julien Faure, gestori analisti di Amiral Gestion, dopo un tour nel Paese asiatico per incontrare una cinquantina di aziende e versificare le evoluzioni dell’economia nipponica.

“Effettivamente, la popolazione è diminuita dello 0,12% circa all’anno dal suo picco di 128 milioni di abitanti nel 2008. Questo declino si rivela inferiore allo 0,33% annuo stimato dal governo giapponese, a dimostrazione che il quadro è leggermente migliore del previsto. Il governo sta cercando di reagire a questo calo apportando alcune modifiche alla sua politica immigratoria“, spiegano gli analisti di Amiral. “Benché ancora di portata contenuta, le misure che agevolano l’immigrazione hanno consentito di incrementare il numero di stranieri, portandolo all’1,8% della popolazione nel 2019, un record storico. Basta farsi un giro in un ristorante di kaiten sushi di Sushiro o in un mini-market konbinis di Seven Eleven per capire che il paese attrae giovani dal sud-est asiatico, in particolare dal Vietnam. Anche le aziende tecnologiche stanno reclutando molti ingegneri provenienti dall’Asia, per esempio Mercari, il cui team di sviluppatori annovera un numero crescente di talenti multiculturali”.

Aumentare la produttività

In un Paese dove la popolazione diminuisce, la crescita deve venire dalla produttività dei lavoratori. In Giappone è notoriamente bassa e significativamente al di sotto della media Ocse. Il governo è consapevole di questo problema e sta promuovendo numerose iniziative per aumentare la produttività, in particolare attraverso l’introduzione di nuovi metodi di organizzazione del lavoro e misure per incoraggiare gli investimenti nelle nuove tecnologie. I giapponesi definiscono questa riorganizzazione del modo di lavorare “work style reform”. Misure ricche di buon senso per lavorare meno ma meglio: basti pensare che da quest’anno i giapponesi sono obbligati a fruire almeno della metà dei loro giorni di riposo annui! I più temerari hanno cercato di rimediare a queste vacanze forzate facendo gli straordinari, ma nelle grandi aziende verso le 10 di sera passano dei droni per costringerli ad andarsene.

“Concordiamo sul fatto che si tratta di misure drastiche. Un altro segno di cambiamento viene dal numero crescente di aziende che fanno ricorso a lavoratori freelance, più elastici, che permettono loro di aggirare una legge molto rigida. È un dato che può sorprendere in un paese dove vige da sempre una logica del posto di lavoro a vita. Lo stesso presidente di Toyota ha dichiarato che proteggere i posti di lavoro a vita sarebbe difficile nel mondo di oggi”, spiegano gli esperti.

“Per quanto riguarda le nuove tecnologie, le misure sono già in atto e il governo sta lavorando a nuovi incentivi fiscali che dovrebbero essere introdotti quest’anno. Ne beneficeranno alcuni dei nostri investimenti, in particolare Avant Corp, che aiuta le aziende a esternalizzare alcuni processi contabili e assiste i direttori finanziari nel migliorare la gestione delle loro imprese. Questa trasformazione è significativa in un paese dove si vendono ancora più di 1,7 milioni di fax all’anno e dove molti siti di produzione si affidano a sistemi operativi come Windows 95!”

In sintesi, “siamo consapevoli dei problemi demografici del Paese ma, ciononostante, rileviamo promettenti opportunità d’investimento. Per la maggior parte delle nostre partecipazioni, questi problemi demografici, e in particolare l’invecchiamento della popolazione, rappresentano fonti di opportunità”.

Un altro argomento comune contro l’investimento in Giappone , aggiungono gli analisti di Amiral, riguarda l’assenza di performance di borsa soddisfacenti da diversi decenni. Un investimento buy-and-hold nel Topix dall’inizio degli anni ‘90 avrebbe generato in 30 anni un rendimento annuale leggermente negativo, mentre la stessa somma sarebbe cresciuta di 17 volte se investita nell’S&P 500. Oggi questa notizia dovrebbe rallegrare l’investitore a lungo termine poiché i bilanci aziendali sono ora estremamente solidi e le valutazioni, secondo le nostre analisi, interessanti. Un terreno di gioco ideale per lo stock picking: nell’ultimo decennio più di 300 aziende hanno visto il loro Eps moltiplicarsi per 10 o più.

“Il nostro lavoro di ricerca è facilitato da un patrimonio borsistico unico al mondo: sono oltre 3.700 le società quotate. Questa piazza finanziaria conta principalmente piccole e medie imprese il cui elenco si allunga ogni anno di un centinaio di nomi, mentre le risorse dedicate alla ricerca di opportunità in questo settore rimangono limitate. È l’opposto dei mercati americani! L’indicatore Saaj (versione locale del nostro indicatore Sfaf) è spesso basso quanto il P/E delle società in portafoglio e si tratta di una buona notizia per i nostri investimenti. Anche se il mercato giapponese nel suo complesso è detenuto per il 30% da investitori esteri, vi sono notevoli disparità a seconda del volume di capitalizzazione e meno del 10% dei nostri ultimi investimenti è in mano a clienti istituzionali esteri”.

Infine, “sul tema della gestione molto conservatrice dei bilanci e dei bassi rendimenti del capitale proprio, gli ottimisti diranno che le cose stanno cambiando. È vero, ed è soprattutto grazie agli azionisti che sta accadendo: il Giappone è oggi il principale terreno di gioco degli attivisti in Asia. Ancora più sorprendente è il fatto che questo fenomeno riguardi anche gli investitori locali che rappresentano una quota crescente delle proposte di delibera presentate alle assemblee generali. Per quanto riguarda l’attivismo, tuttavia, la nostra posizione è sfumata: preferiamo di gran lunga detenere aziende gestite da persone che stimiamo e che non hanno bisogno della nostra opinione. C’è anche il fatto che l’attivismo in senso tradizionale non ha mai veramente funzionato in questo paese, in quanto non considera le specificità culturali locali. In Giappone, il primato dell’azionista non esiste. L’impresa giapponese è anzitutto un’entità sociale, contrariamente alle teorie di Milton Friedman. E occorre constatare che i tentativi di far assimilare questa visione alle imprese sono falliti (da T. Boone Pickens nel 1989 con Koito Manufacturing a Steel Partners con Ezaki Glico e Noritz agli albori dell’ultima crisi finanziaria).

Tuttavia, notano D’arvieu, Guicherd e Faure, “in Giappone come nel resto del mondo ci consideriamo proprietari delle aziende in cui investiamo, nel senso che desideriamo creare e sviluppare relazioni privilegiate con i loro manager per poter esercitare un’influenza positiva a lungo termine. Ecco perché abbiamo stretto una partnership con Go Japan della quale condividiamo la filosofia di investimento e grazie alla quale possiamo accelerare questo processo adattandolo alla cultura locale. Insieme, durante il nostro viaggio, abbiamo anche iniziato a discutere con alcune aziende di possibili cambiamenti di strategia in termini di sviluppo internazionale, politica di acquisizione, remunerazione degli azionisti, equilibrio della vita dei dipendenti, diversità ecc”.

“Le aziende in cui abbiamo investito stanno ottenendo buoni risultati. Pro-Ship mostra un buon andamento degli ordini e i suoi team lavorano sodo per consegnare questi progetti nei tempi previsti. Avant Corp registra un altrettanto buon livello di ordinativi e gode di una reputazione crescente tra i clienti, in particolare per le sue attività di Business Intelligence. Hoshizaki è uscita dalla crisi interna che stava attraversando ed evidenzia miglioramenti in molte aree. Infine, abbiamo investito in tre nuove aziende di cui vi parleremo a breve”, concludono gli analisti di Amiral.

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