Bund tedeschi, Schmidt (Ethenea): “La bolla non scoppierà nel 2020”

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Avatar di Stefano Fossati 18 Febbraio 2020 | 15:30

“Nel 2019 i bund decennali sono scesi a un minimo di -0,7% e dopo un temporaneo recupero tornano ora ad avvicinarsi a quel valore. La Bce ha di recente rilanciato il proprio programma di acquisto di obbligazioni, acquistando titoli di Stato tedeschi e annunciando che continuerà a farlo e che non aumenterà i tassi di riferimento fino a quando l’inflazione non si avvicinerà al target del 2%. Poiché è improbabile che nel 2020 l’inflazione salga a tali livelli, anche in futuro dovremo fare i conti con rendimenti decisamente negativi per i bund. La buona notizia per gli investitori è che comunque questa bolla non scoppierà nemmeno nel 2020”. È l’analisi di Volker Schmidt, portfolio manager di Ethenea.

Mentre in Germania il rischio bolla sta nei prezzi e nei rendimenti, negli Stati Uniti il rischio riguarda la quantità di titoli di Stato immessi sul mercato. Il debito pubblico Usa è salito a 23 mila miliardi di dollari e il solo disavanzo pubblico relativo all’esercizio finanziario in corso, che terminerà a settembre 2020, è stimato a oltre 1.000 miliardi. Tale deficit corrisponde alla differenza tra le uscite previste, stimate in 4.600 miliardi di dollari, e le entrate attese di 3.600 miliardi. Gli oneri da interessi, compresi nelle uscite, dovrebbero ammontare a 370 miliardi di dollari. Il debito pubblico statunitense è pertanto pari all’incirca al prodotto nazionale lordo del Paese, un livello di per sé non preoccupante su scala globale.

Ciò che invece preoccupa sono le previsioni del Congressional Budget Office, secondo cui il deficit del bilancio statunitense nei prossimi 10 anni si attesterà in media a 1.300 miliardi annui. Ciò significa che ogni anno il disavanzo pubblico rappresenterà oltre il 4% del Pil. Negli Stati Uniti, un analogo aumento del nuovo debito nel corso di un periodo prolungato si era registrato solo nel periodo immediatamente successivo alla Seconda guerra mondiale.

“Anche senza calcolatrice in mano, risulta evidente che non si tratta di uno sviluppo sostenibile, nemmeno in un contesto di tassi d’interesse a zero”, sottolinea Schmidt.

Il denaro dei disavanzi pubblici non sparisce dalla circolazione, ma non viene nemmeno impiegato direttamente per rifinanziarli. Fatta eccezione per la Fed, nessuno è in grado di acquistare ulteriori titoli di Stato americani sborsando una tale somma record. La Fed non potrà quindi abbandonare tanto rapidamente il nuovo programma di acquisti appena rilanciato, il che significa che il supporto della banca centrale dovrebbe essere assicurato nei prossimi anni. Tuttavia, nel caso altamente improbabile che la Fed rifiutasse questa logica e tornasse ad esempio ad alzare i tassi di riferimento in seguito a un imprevisto aumento dell’inflazione, i detentori di titoli di Stato americani potrebbero subire ingenti perdite di corso.

“In sintesi, la bolla dei treasury statunitensi continuerà a gonfiarsi, ma per ora non dovrebbe scoppiare: finché i titoli di Stato americani continueranno a generare rendimenti decisamente positivi nell’attuale contesto di tassi bassi, gli investitori internazionali continueranno anche in futuro ad acquistarli, offrendo supporto alla Fed”, conclude Schmidt. “La forza della valuta statunitense costituisce inoltre un ulteriore argomento a favore dell’acquisto di treasury per gli investitori residenti al di fuori dell’area del dollaro. Tuttavia, quando verranno a mancare questi due fattori, la banca centrale statunitense si troverà rapidamente costretta a contare solo sulle proprie forze. A quel punto aumenteranno anche le pressioni sul governo statunitense affinché pareggi il bilancio”.

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