Crisi del welfare, un problema anche per i Paesi emergenti

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di Stefano Fossati 5 Marzo 2020 | 19:00

A cura di Kim Catechis, Head of Investment Strategy di Martin Currie, affiliata Legg Mason

Nella maggior parte delle nazioni, la popolazione sta invecchiando e vive più lungo, il che comporta oneri crescenti per il sistema sanitario, quello pensionistico e in generale per il welfare. A complicare ulteriormente la situazione, il flusso di giovani immigrati verso i paesi più sviluppati è probabilmente destinato a ridursi, a causa del prevalente sentimento nazionalista-protezionista che domina in molti stati. La conseguenza? Il crollo della popolazione in età lavorativa e il peso delle tasse che cresce e dovrà essere ripartito su un numero inferiore di persone.

Nei Paesi economicamente sviluppati, i dati demografici sono particolarmente poco favorevoli. Nel Regno Unito, per esempio, ci sono attualmente 46,5 pensionati per ogni 100 cittadini in età da lavoro. Secondo le ultime stime contenute nel report delle Nazioni Unite intitolato World Population Ageing (Invecchiamento della popolazione globale), nel 2030 questi 100 lavoratori dovranno farsi carico di ben 56,5 pensionati; un incremento del 22%.

Il Giappone è notoriamente il Paese con la popolazione più anziana del mondo, con 78 pensionati ogni 100 lavoratori. Nell’arco di dieci anni, i pensionati saranno 91 per ogni 100 cittadini in età da lavoro. Le ripercussioni sul debito pubblico sono evidenti – e il paese presenta già oggi il secondo debito pubblico più alto al mondo (dopo gli Usa), equivalente al 198% del Pil. Come sarà finanziato? La Banca del Giappone attualmente possiede il 44% dei bond in circolazione, ma non tutte le nazioni possono permettersi manovre del genere.

Per inciso, gli Stati Uniti vedranno nello stesso arco temporale il rapporto crescere da 42 a 54 pensionati ogni 100 lavoratori (+28%) mentre in Australia, paese relativamente giovane e con piani di pensionamento migliori di molti altri, crescerà da 34 a 44 pensionati ogni 100 lavoratori, un aumento dunque del 27%.

Un problema che tocca anche i mercati emergenti

Nemmeno i mercati emergenti sono immuni; il Cile, ad esempio, pioniere dei sistemi pensionistici a contribuzione obbligatoria, ha vissuto recentemente un periodo di forti disordini sociali, causati in parte anche dall’inadeguatezza delle retribuzioni pensionistiche e della continua erosione del welfare. I dati demografici non danno segnali incoraggianti: nei prossimi 10 anni il numero di pensionati per lavoratori aumenterà del 46%, passando da 26 a 38.

A migliaia di chilometri di distanza, il Cremlino è ben consapevole della sua vulnerabilità. La Russia è un’economia fortemente incentrata sulle risorse naturali, vincolata da sanzioni, con una popolazione ampia e istruita, ma che non sta crescendo. È questo il motivo per cui si è scavata un fossato protettivo attorno in termini macroeconomici. Il Paese ha un debito verso l’estero molto basso (il 28% del Pil) e le sue riserve equivalgono all’1.078% del suo debito a breve termine. Per fare un confronto, le riserve del Regno Unito sono il 3,1%; quelle degli Stati Uniti il 2,1%.

Il peso delle tasse sui bilanci dei governi

Per i governi, l’importanza delle tasse nel bilancio è cresciuta inesorabilmente. La media Ocse si attesta attorno al 34,2% del Pil per il 2018, e al 20% contando solo le imposte sul valore aggiunto. Per fare un confronto, il Regno Unito e l’Australia sono sui valori europei, mentre per gli Stati Uniti, i proventi dalla tassazione sono il 27% del Pil, probabilmente perché questo valore non tiene in considerazione delle tasse a livello di singoli stati. Tuttavia, c’è una grande differenza all’interno dello scenario – in media, i proventi da tassazione sono il 20% del Pil per gli stati più sviluppati, ma il 14% per i mercati emergenti.

Vista la loro crescente importanza, gli introiti generati dalle imposte sono divenuti prioritari per molti governi. Ecco perché i numeri riportati nel seguente grafico – relativi all’evasione fiscale – sono tenuti particolarmente sott’occhio. La tabella è basata sul lavoro svolto dall’Istituto Mondiale per la Ricerca sullo Sviluppo Economico dell’Università delle Nazioni Unite, assieme al Centro Internazionale per la Tassazione e lo Sviluppo (Ictd).

Il caso russo

Nel 2010, il Cremlino ha attuato delle riforme che hanno semplificato i processi di riscossione, spostando tutta la raccolta del gettito fiscale sul web. Adesso in Russia ogni azienda ha il suo registratore di cassa connesso con il Servizio Fiscale e le informazioni su ogni transazione B2B o B2C sono registrate in tempo reale. Queste misure hanno aumentato le entrate dall’IVA del 20% e minimizzato la necessità di controlli; l’uso dell’intelligenza artificiale permette infatti di rilevare movimenti e attività sospette, aumentando l’efficacia dell’ispezioni stesse.

Questa digitalizzazione delle imposte è entrata anche nei settori meno regolamentati: un’app permette a chi lavora come baby-sitter o come autista Uber di pagare una tassa pari al 4% delle entrate direttamente alla fonte, allo stesso tempo dando legittimità alle professioni stesse.

La revisione del sistema fiscale è stata un successo talmente grande che il suo ideatore, Mikhail Mishustin, è stato nominato primo ministro dopo il rimpasto di governo avvenuto nel gennaio del 2020.

L’allungamento della vita e la tassazione

Risulta dunque evidente che i governi di tutto il mondo investiranno pesantemente in tecnologia e nel potenziare la riscossione delle imposte. Ne consegue che l’attuale livello di tassazione è inevitabilmente destinato a crescere, per far fronte agli oneri in aumento. E i robot potranno anche sostituire la manodopera umana, ma difficilmente pagheranno mai un solo centesimo di contributi.

Si dice in genere che le uniche cose certe siano la morte e le tasse… ma poiché la prima ormai arriva sempre più tardi, le seconde sono destinate a lievitare ulteriormente.

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