Coronavirus, “la fase d’incertezza sui mercati durerà a lungo”

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di Stefano Fossati 10 Marzo 2020 | 17:30

I principali elementi di incertezza, che stanno producendo una distorsione nei mercati, resteranno con noi probabilmente per diversi mesi: vi spieghiamo perché. Quando la scorsa settimana il mercato ha perso il 3% in un solo giorno, è stato a causa delle notizie sul coronavirus o perché la Federal Reserve aveva innervosito gli investitori? E quando ha recuperato il 4%, è stato per via delle rassicurazioni della Fed o perché Joe Biden aveva vinto a mani basse il Super Tuesday? In questo momento è quasi impossibile interpretare correttamente i movimenti giornalieri del mercato. Ma questo perché avere una chiara visibilità sui nove mesi a venire è diventato altrettanto difficile“. E’ l’analisi di Erik Knutzen, Chief Investment Officer Multi-Asset Class di Neuberger Berman.

“Quando alla fine dello scorso anno abbiamo puntato lo sguardo verso il 2020, abbiamo sostenuto che la volatilità sarebbe stata probabilmente più marcata e sarebbe durata più a lungo”, prosegue Knutzen. “Ne abbiamo indicato le cause nelle Presidenziali Usa e nell’efficacia sempre più limitata delle politiche monetarie, fattori di probabile incertezza nel medio anziché breve termine.
L’epidemia di coronavirus fa sua questa tesi e l’amplifica. Quando la diffusione di nuovi dati economici determina una correzione dei prezzi, ciò avviene nel giro di pochi giorni, se non di ore. I principali temi che oggi, interagendo, producono una distorsione dei mercati sono tutt’altro che omogenei. Non sono solo una fonte di fortissima incertezza, ma rimarranno tali ancora per molti mesi a venire. Gli investitori farebbero bene a prepararsi perché questa situazione durerà a lungo”.

Il virus

Se in Cina il coronavirus sembra aver superato il picco, i primi dati economici che ne rispecchiano l’impatto sono risultati peggiori del previsto. Gli indici Pmi cinesi sono scesi a livelli mai visti prima d’ora. L’Automobile Club cinese ha riferito che a febbraio le immatricolazioni di nuove vetture sono crollate dell’80% su base annua. “Simili cifre forniscono un’indicazione preoccupante della gravità del contraccolpo economico che potrebbe verificarsi se fuori della Cina l’epidemia producesse effetti analoghi”, spiega il Cio di Neuberger Berman.

I contagi registrati nel cuore manifatturiero d’Italia sono balzati oltre quota 6000, spingendo il governo a chiudere le scuole e ad avvisare che il sistema sanitario rischia di non essere in grado di gestire l’emergenza. Due settimane fa, la International Air Transport Association (Iata) aveva diffuso una nota in cui stimava che le perdite del settore degli aerotrasporti si sarebbero aggirate sui 30 miliardi di dollari. Oggi, in seguito a un’ondata di cancellazioni (tra voli e destinazioni off limits), ha quadruplicato quella cifra. I timori non sono affatto infondati e dovranno passare a dir poco settimane prima di poter sostenere con certezza che il peggio è alle spalle.

Gli stimoli

“La portata dell’impatto del contagio dipenderà, inutile dirlo, dalle misure adottate dalle autorità globali”, avverte Knutzen. “Come Joe Amato ha fatto notare la settimana scorsa, l’attuale momento di crisi potrebbe fare aumentare le probabilità dei già indispensabili stimoli fiscali. Il G7 ha manifestato la propria disponibilità ad adottare misure fiscali ‘ove appropriato’: gli Stati Uniti stanno varando un pacchetto di finanziamenti di emergenza da 8 miliardi di dollari e anche in Asia e in Italia sono state adottate una serie di misure. Altrove, siamo ancora in fase di dibattito e, sebbene i governi avallino le misure di sostegno, gli effetti potrebbero non manifestarsi fino a quando il virus stesso non avrà cessato di diffondersi”.

La Fed è intervenuta operando il primo taglio di 50 punti base dalla crisi finanziaria. La decisione è stata presa dopo una teleconferenza tra i Ministri delle Finanze del G7 e i governatori della banca centrale, ma, contrariamente a quanto accadde nel 2008-2009, è stata meno unanime. La Bank of Canada ha seguito le orme della Fed operando anch’essa un taglio, mentre la Reserve Bank of Australia si è dichiarata in grado di ricorrere al quantitative easing. La reazione della Bank of England, della Bank of Japan e della Banca Centrale Europea, invece, è stata tiepida. Gli spazi di manovra a disposizione di questi istituti, infatti, sono più ristretti e l’efficacia di un ulteriore stimolo monetario rischierebbe di scontrarsi con un maggiore scetticismo.

“Ad ogni modo, gli investitori hanno risposto negativamente all’intervento della Fed, provocando un ribasso dei mercati azionari e portando per la prima volta il rendimento dei Treasury Usa sotto all’1%. Persino il rialzo dei mercati azionari, osservato sul finire della settimana scorsa, è riconducibile a settori tradizionalmente difensivi, come quello delle utility e, ovviamente, quello dell’assistenza sanitaria. Ancor oggi, i rendimenti dei Treasury stanno precipitando ai minimi storici. I mercati dei tassi stanno già prevedendo che la Fed scenderà a zero, una mossa che lascerebbe ben pochi spazi di intervento per contrastare il prossimo ribasso ciclico. Vien da chiedersi se la riduzione dei tassi sia stata una mossa decisiva oppure un uso prematuro e irresponsabile degli strumenti a disposizione o, ancora, una reazione all’assenza di interventi di ordine fiscale. Prima di poter dare risposta a tali interrogativi, passerà del tempo. Frattanto, sarà difficile per gli investitori nutrire fiducia”, osserva l’esperto.

L’incertezza durerà a lungo

“La settimana scorsa è stata significativa. La volatilità è risultata elevata ma, dopo alcuni giorni in cui il sostegno è mancato, i mercati si sono ancora una volta mossi in due direzioni. Tuttavia sconsigliamo di credere che i minimi siano ormai alle spalle o che la volatilità farà ora marcia indietro. Al momento ci troviamo di fronte a incertezze, non a puri e semplici rischi: è il frutto dell’interazione di incertezze binarie, una situazione che durerà a lungo”, ribadisce Knutzen.

Che conclude: “Ancora una volta, occorre sottolineare che i consumi statunitensi sono un indicatore fondamentale. I dati diffusi venerdì sull’occupazione non agricola sono stati parzialmente rassicuranti, ma la minima flessione della spesa al consumo o del mercato del lavoro rappresenterebbe una minaccia di grandi proporzioni per la crescita, scatenando un ulteriore ribasso e, forse, anche una risposta fiscale più significativa. Come ha detto Joe Amato la scorsa settimana, se i rischi di portafoglio non sono già bilanciati per affrontare queste incertezze, non è ancora troppo tardi per utilizzare i rally come opportunità per ridurre il rischio. Per il momento, a nostro avviso, è ancora consigliabile utilizzare la volatilità del mercato a fini di ribilanciamento anziché di posizionamento aggressivo“.

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