Pir, pochi vantaggi e tanti rischi: l’Osservatorio di SoldiExpert

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di Stefano Fossati 15 Aprile 2020 | 16:30

A cura di Roberta Rossi Gaziano, SoldiExpert Scf

Sui Pir (Piani Individuali di Risparmio) istituiti dalla legge 11 dicembre 2016, n. 232 (c.d. legge di Bilancio 2017), abbiamo scritto fiumi di parole in questi anni. Chiari i vantaggi ma ecco anche i rischi nascosti, scrivevamo già nel 2017. Un regalo importante a banche e reti per fare raccolta e generare commissioni di gestione e performance da centinaia di milioni di euro annui con i Piani Individuali di Risparmio, ma un cattivo esempio di educazione finanziaria visto che diversificare è la prima regola e far aumentare l’investimento sull’Italia ai risparmiatori italiani non ci sembrava una cosa geniale. E lo scopo di “finanziare il made in Italy” spesso una trovata di marketing come abbiamo da sempre sostenuto e dimostrato. Ora che questi prodotti stanno mostrando il loro lato peggiore, molti risparmiatori si domandano ancora di più se i consigli di molti consulenti di “fare i Pir” erano veramente disinteressati e lungimiranti.

I vantaggi dei Pir erano decantati da quasi tutti: pubblicità a tappeto, articoli e conferenze dedicate in cui si parlava solo dei pro a sfondo quasi “patriottico”. Partiamo da quelli. Ma non limitiamoci solo a quelli.

I vantaggi dei Pir: il fisco due volte amico

La particolarità dei Pir è che possono godere di importanti benefici fiscali nel momento in cui l’investitore, trascorso un quinquennio dalla sottoscrizione del prodotto, sia in guadagno. Questo è il primo vantaggio fiscale dei fondi Pir.

Se sono trascorsi 5 anni dall’investimento iniziale e se il Pir è in guadagno, l’investitore puo’ vendere questo prodotto finanziario ed è esonerato del pagamento delle tasse sulle plusvalenze realizzate. Che in Italia incidono non poco, portandosi via il 26% del capital gain, il guadagno detto all’anglosassone.

Il Pir è un contenitore finanziario che può assumere diverse forme: esistono fondi e Etf Pir ma anche gestioni patrimoniali e polizze vita Pir compliant ovvero che rispettando la normativa, possono godere del bonus fiscale a fine corsa (esenzione della tassazione sul capital gain) trascorsi 5 anni dalla sottoscrizione del prodotto e ovviamente se il lieto evento si verifica (ci sono guadagni, in gergo tecnico plusvalenze).

Cosa si nasconde sotto la convenienza fiscale dei Pir

Ovviamente più è stratificato il contenitore Pir come numero di attori coinvolti e da remunerare per il collocamento e il confezionamento del prodotto, più esso costa: così un Etf Pir costa meno dello 0,5% annuo, mentre un fondo Pir può costare anche 4 o cinque volte tanto (molti fondi Pir applicano commissioni del 2% e anche commissioni di performance) fino ad arrivare alle gestioni patrimoniali e alle polizze Pir compliant che mediamente caricano ulteriori costi.

Il secondo regalo del fisco ai prodotti Pir compliant, ovvero conformi alla normativa, è l’esenzione dalle tasse di successione, da sempre tema molto caro agli italiani, che ritengono di aver già pagato in vita tasse sì alte, da ritenere almeno di doverne essere esentati almeno alla fine.

La carta di identità dei Pir

Come investe un Pir? Nella legge 232 del 11 dicembre 2016 era stabilito che per godere della doppia agevolazione fiscale (esenzione dalla tassazione sul capital gain e dall’imposta di successione) un prodotto finanziario per essere incluso in quelli Pir compliant (ovvero conformi) doveva investire almeno il 70% del proprio patrimonio in azioni o in obbligazioni di aziende italiane quotate o europee con “stabile organizzazione” in Italia, con un limite alla concentrazione pari al 10% massimo su ogni titolo.

Di questo 70% investito su aziende “Made in Italy”, il 30% (quindi il 21% dell’investimento complessivo) doveva essere composto da società non presenti nell’indice di Borsa Italiana Ftse Mib 40, che riunisce le aziende più capitalizzate, ma investire su aziende a media e bassa capitalizzazione.

Un quinto del patrimonio di un Pir doveva essere investito in società che fanno parte del Ftse Italia Mid Cap (composto dalle prime 60 società italiane per capitalizzazione escluse le prime 40) o dello Star (un indice che raggruppa le società di medie dimensioni con una capitalizzazione inferiore al miliardo di euro) e perfino società non quotate. Un vincolo che aveva lo scopo di far affluire il denaro anche su aziende medio-piccole, ad esempio quelle quotate all’Aim, il mercato di Borsa Italiana dedicato alle piccole e medie imprese.

Gli svantaggi dei fondi Pir

A pochi mesi dal lancio dei fondi Pir abbiamo a più riprese messo in guardia sui rischi poco evidenti o poco pubblicizzati o citati nei vari articoli che hanno invaso le pagine dei giornali finanziari di questi prodotti sui cui diversi big del risparmio gestito hanno puntato forte.

I contro dei Piani individuali di Risparmio:
– espongono l’investitore italiano al rischio di avere un portafoglio ulteriormente ed eccessivamente concentrato sul mercato domestico;
– il beneficio fiscale offerto dai Pir può essere interamente annullato dai costi che ogni anno il sottoscrittore paga come commissioni di gestione se sottoscrive un fondo, una gestione o una polizza assicurativa Pir compliant: il vantaggio fiscale si calcola su un capitale molto piccolo (il guadagno) ma la commissione di gestione si calcola su un valore molto più grande (il patrimonio investito);
– il mercato azionario italiano è da sempre altamente volatile: basta guardare nel grafico sottostante l’andamento di Piazza Affari negli ultimi 30 anni riassunto dalll’indice Ftse All Share, che rappresenta il 95% della capitalizzazione della Borsa italiana e riassume l’andamento di circa 250 società quotate. Ci sono state due discese nell’ultimo quindicennio del -40% e un crollo del 70% ai tempi della crisi finanziaria del 2007-2008;
– per quanto sia lungo il… lungo periodo… che dovrebbe avere l’investitore non si può dimenticare che applicato questo concetto alla Borsa Italiana come mostra il grafico sottostante oggi (e anche quando sono stati lanciati in fondi Pir a fine 2016) l’indice che ne riassume l’andamento, il Ftse All Share, non ha mai recuperato il valore che aveva ad aprile 2000.

Nel grafico l’andamento dell’indice Ftse Mib Total Return che riassume l’andamento della Borsa Italiana negli ultimi vent’anni. Come si vede dal grafico oggi l’indice è ai minimi degli ultimi 20 anni e nell’ultimo quindicennio ha avuto tre importanti discese. Dal 22/05/2007 al 07/03/2009 la Borsa italiana ha perso il 70% del proprio valore. Dal 20/02/2011 al 24/07/2012 Piazza Affari ha ceduto il 40% del proprio valore. Dal 17/02/2020 al 18/03/2020 la Borsa Italiana ha lasciato sul terreno il 40% del proprio valore.

Il rischio di investire con lo specchietto retrovisore

Quando furono lanciati i fondi Pir nel 2017 (la legge istitutiva è di fine 2016) tantissimi articoli di giornale decantavano le performance della Borsa Italiana a 1, 3 e 5 anni. E in molti articoli (vedi per esempio qui) mettevamo in guardia sulle performance più di lungo periodo della Borsa Italiana che aveva vissuto periodi anche molto bui e non era adatta a un investimento statico come quello dei Pir, costretti a rimanere per legge sempre investiti nel mercato.

Da 18 anni SoldiExpert Scf fa consulenza professionale ai risparmiatori retail per investire sulla Borsa Italiana e sappiamo bene di cosa parliamo: è un mercato quello azionario italiano che può regalare enormi soddisfazioni ma dare anche cocenti delusioni. E nell’esperienza di SoldiExpert Scf è solo potendo gestire la leva della liquidità e quindi non essere investiti in alcuni momenti che possono durare a volte settimane, altre mesi e ahimè in alcuni casi anni, che si riesce a proteggere l’investitore dalle fasi avverse dei mercati.

Rimanere sempre investiti, come sono obbligati a fare i fondi Pir sulla Borsa Italiana, non è a nostro parere la scelta migliore per gli investitori. Si dirà che bisogna guardarlo come un investimento di lungo periodo. E allora 5 anni sono pochi. E a guardare il grafico della Borsa Italiana dal 2000 a oggi, neanche vent’anni a volte bastano se si è costretti come i Piani Individuali di Risparmio a essere sempre investiti. La Borsa italiana oggi non vale di più di quanto valeva vent’anni fa come si vede dal grafico pubblicato sopra. E questo si sapeva prima di invitare in massa gli italiani a sottoscrivere i fondi Pir.

Il beneficio fiscale rischia di essere nullo se i costi sono da incubo

Il vantaggio fiscale dei Pir (26% di tasse risparmiate) ai risparmiatori comuni sembra enorme rispetto ai costi che gravano su questi prodotti (solo il 2%). Ma ad alcuni risparmiatori sfugge che il 26% è un risparmio teorico che si applica a un numero molto piccolo e incerto (il guadagno in conto capitale) mentre il costo di gestione del prodotto non solo è certo, ma si applica a un numero con uno zero di più. Poniamo infatti di investire 30 mila euro e di guadagnare il 6% all’anno. Ecco cosa succede nell’infografica sotto che confronta anno dopo anno le commissioni pagate sui fondi Pir anche a fronte di una crescita del capitale del 6% annuo (che questi prodotti a oggi peraltro non stanno minimamente offrendo): i soldi spesi in commissioni sono maggiori di quelli risparmiati in tasse!

Il fondo/sicav/polizza/gestione Pir compliant diventa conveniente solo se il guadagno è più dell’8% annuo: significherebbe, per far capire a chi ha sottoscritto questi prodotti, dopo cinque anni guadagnare almeno il 31,93% (al netto delle commissioni applicate ogni anno) affinché il beneficio fiscale (esenzione dalla tassa sul capital gain) compensi i costi di gestione pagati (2% medio annuo).

Il successo dei fondi Pir in Italia

Come mostra il grafico sottostante a cura di Assogestioni, l’associazione di categoria che conta oltre 290 associati tra SGR italiane, società di investment management straniere operanti in Italia, diverse banche e imprese di assicurazione che operano nell’ambito della gestione individuale e della previdenza complementare, i Pir sono stati un successo clamoroso per l’industria del risparmio gestito.

Secondo stime di a fine 2018 oltre 880 mila investitori italiani avevano sottoscritto fondi Pir italiani e includendo la fetta dei Pir esteri si arrivava al milione di risparmiatori. “Si tratta di un numero record – sottolineava l’Associazione – che supera di gran lunga le previsioni governative che stimavano in 180 mila i piani attivati alla fine del 2018. Il controvalore investito medio è di circa 12.100 euro, importo di poco inferiore alla metà del limite massimo investibile in ciascun anno che è pari a 30mila euro”.

A fine dicembre 2019 il patrimonio dei fondi aperti Pir compliant si attestava a 18,7 miliardi di euro, ripartiti tra i 69 prodotti disponibili sul mercato.

Un milione di italiani hanno sottoscritto fondi Pir: con quali risultati?

A gennaio 2020 Assogestioni salutava con grande enfasi la ripartenza dei fondi Pir sul mercato italiano (bloccata nel 2019 da una controversa normativa inserita nella legge di bilancio su nuovi vincoli all’investimento per questi fondi). Nel lancio della rivista di categoria, Focus Risparmio, Assogestioni definiva i Pir il prodotto del momento, “un’ottima base da cui partire per costruire un portafoglio dalle fondamenta solide e “liquide”, ampiamente diversificato anche verso i titoli delle Pmi”.

Inutile dire che noi la pensiamo un po’ diversamente e abbiamo come SoldiExpert Scf preparato questa infografica che ci porta a fare un diverso racconto su questi prodotti. In realtà che investendo nei fondi Pir si portino soldi alle aziende è stato oggetto di forte dibattito. Su Il Fatto Quotidiano Salvatore Gaziano di SoldiExpert Scf aveva scritto un articolo molto dissonante su questo stoytelling dei Pir che portano denaro all’economia reale.

Il patrimonio e la raccolta dei fondi Pir

Per l’industria del risparmio gestito e soprattutto per alcuni big del settore i fondi Pir sono stati un enorme veicolo di raccolta dei risparmi degli italiani. Nel primo anno di operatività, tra vecchi fondi riverniciati in salsa Pir e nuovi fondi, 15,8 miliardi di risparmi degli italiani erano investiti in fondi PIR. Questi fondi nel 2017 hanno intercettato l’11% della raccolta netta dell’intera industria italiana del risparmio gestito nel corso dei 12 mesi.

Le società che hanno raccolto di più attraverso questi veicoli sono Eurizon e Fideuram (Gruppo Intesa Sanpaolo), Mediolanum, Amundi (i cui fondi sono distribuiti da Unicredit dopo la cessione alla sgr del Gruppo Pioneer Investements), Anima (di cui è azionista Banca BPM) e Arca (che può contare su oltre 8000 sportelli che ne collocano i prodotti). Queste cinque società guidano oltre il 50% della raccolta dei fondi Pir.

A fine 2017 i fondi Pir avevano quindi registrato il tasso maggiore di raccolta come si vede nell’infografica pubblicata precedentemente e a cura di Assogestioni. Come sono andate le performance di questi fondi a due anni e un trimestre da allora? E’ quello che si propone di documentare il contro-osservatorio semestrale sui fondi Pir di SoldiExpert Scf, un nuovo appuntamento che semestre dopo semestre aggiornerà sull’andamento di questo impiego dei propri risparmi per poterne valutare pro e contro ora che con la nuova normativa sui fondi Pir i clienti di molte banche e reti se li vedranno ri-proporre.

I Pir per ora per i risparmiatori italiani si sono rivelati distruttori di ricchezza finanziaria. Un rischio di cui avevamo avvertito i risparmiatori in tempi non sospetti, quando ci chiedevamo provocatoriamente: quanti dei sottoscrittori dei fondi Pir si sono resi conto di essersi messi in portafoglio un investimento rischioso, su cui la rigidità della politica di investimento di un fondo non aiuta a salvare i risparmi nelle fasi discendenti del mercato che prima o poi arriveranno?

Purtroppo quelle fasi di mercato sono arrivate e i fondi Pir non hanno certo protetto i risparmiatori dai ribassi.

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