Carmignac: “La pandemia potrebbe rendere la Cina ancora più forte”

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di Gianluigi Raimondi 20 Aprile 2020 | 14:00

Due settimane fa avevamo innalzato il profilo di rischio dei nostri fondi principali, in quanto ritenevamo di essere entrati in una nuova fase della crisi, la fase 2, un periodo di instabilità ma non un vero e proprio shock, visto che tutte le cattive notizie ancora in circolazione erano controbilanciate da una forte azione politica e da aspettative macroeconomiche più realistiche, insieme a un miglioramento dei risultati ottenuti grazie alle misure di contenimento. Precedentemente, era cresciuta la nostra esposizione azionaria a livelli abbastanza moderati (vicino alla metà del range per Carmignac Patrimoine, un po’ meno della metà per Carmignac Emerging Patrimoine, leggermente sopra la metà del range per Carmignac Patrimoine Europe). E, nonostante questo approccio prudente durante settimane in cui i mercati azionari sono stati forti, i nostri fondi hanno ottenuto buoni risultati – anche in termini relativi – grazie al fatto che ogni fondo ha fornito una buona quantità di alpha sia in termini azionari sia del credito. Quindi, pur continuando a ritenere questo periodo instabile, speriamo di continuare a generare performance attraverso un’esposizione azionaria mediamente moderata, gestita tatticamente, generando alpha il più possibile.

Due punti devono essere monitorati con attenzione in futuro:

  1. La volontà politica in Europa di cogliere l’opportunità offerta da questa crisi economica per fare un forte passo avanti verso una maggiore solidarietà in ambito politico. Ad oggi, però, è ancora tutto da vedere. Il summit dei leader europei è previsto per giovedì della prossima settimana, mentre la Francia sta intavolando una proposta per un Fondo per la ripresa. Quindi, forse, giovedì prossimo avremo un motivo in per sperare o per disperarci. Vedremo come andrà a finire.
  2. Il secondo punto riguardava i mercati emergenti. La disponibilità di dollari off-shore rimane visibilmente molto limitata, lasciando ancora sotto pressione i paesi emergenti che gestiscono i disavanzi delle partite correnti. Abbiamo ridotto notevolmente l’esposizione ai mercati emergenti nei nostri fondi più grandi. Tuttavia, la Cina desta le maggiori preoccupazioni.

In realtà, questa minaccia è già reale: la percentuale di prodotti importati negli Stati Uniti rispetto alla produzione domestica totale evidenzia una tendenza al ribasso iniziata con la guerra commerciale dell’anno scorso. Questo trend che continuerà sicuramente e potrebbe anche coinvolgere il Giappone, o l’Europa, visto che la ribellione contro la globalizzazione sta decisamente guadagnando sempre più consensi a causa della pandemia.

Tra l’altro, alcuni paesi stanno già traendo beneficio dall’allontanamento dall’industria manifatturiera cinese. Ad esempio, la quantità delle importazioni statunitensi di prodotti messicani sta aumentando in proporzione alla produzione del paese nord americano. Quindi va sottolineato che, in questa fase, non stiamo assistendo solo a un fenomeno di rilocalizzazione, o “deglobalizzazione”, ma piuttosto alla creazione di un nuovo assetto della globalizzazione. Sicuramente questo trend sarà negativo per la Cina, ma non bisogna perdere di vista quattro fattori positivi per il paese asiatico:

  1. L’impatto economico del lockdown nel mondo occidentale è tanto forte che, effettivamente, il differenziale di crescita tra Cina e Stati Uniti o Europa si sta ampliando. Questo è in parte dovuto al fatto che questa crisi è molto diversa da una classica recessione economica, con un impatto sui servizi che è addirittura maggiore di quello subito dalle attività produttive. Naturalmente, nei mercati emergenti, Cina compresa, la quota del PIL rappresentata dal settore dei servizi è ancora inferiore a quella degli Stati Uniti o dell’Europa, il 60% contro 80-85%. Di conseguenza, è normale che le economie occidentali stiano subendo maggiormente l’impatto del lockdown da un punto di vista macroeconomico rispetto alla Cina.
  2. L’efficienza della subfornitura locale in Cina e il rapido ritorno alla produzione sono molto apprezzati dalle aziende industriali occidentali. In realtà la Cina ha gestito bene la crisi dal punto di vista industriale, quindi possiamo affermare che ci sarà sicuramente la rilocalizzazione, se non altro per motivi politici, ma il valore economico dell’approvvigionamento globale, e in particolare quello della Cina, non scomparirà. Anzi, a nostro avviso, sarà proprio l’opposto.
  3. In terzo luogo, il turismo cinese all’estero ha rappresentato un grosso costo per il saldo delle partite correnti del Paese. Il fatto che i turisti cinesi non viaggiano più oltreoceano aiuta a compensare in qualche modo l’impatto sul bilancio causato dal calo delle esportazioni di merci.
  4. Infine, mentre la situazione economica, sanitaria e politica generale del mondo occidentale si sta deteriorando, la pressione dei deflussi di capitali in Cina si è chiaramente ridotta, fattore che è sicuramente una preoccupazione in meno per Pechino.

Quindi, nonostante sicuramente vi saranno molti commenti negativi sulla la Cina, non ci sorprenderebbe se il paese uscisse più rafforzato da questo periodo, almeno in termini relativi.

Questo spiega in motivo per il quale siamo abbastanza fiduciosi per nostri investimenti in titoli azionari cinesi, soprattutto perché abbiamo posizioni su titoli high visibility growth molto specifici e destinati al mercato interno.

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